Le mie impressioni sulle mostre di FOTO/INDUSTRIA – parte 2

(Segue da qui)

Hein Gorny: Cigarettes

Hein Gorny: Cigarettes

Gorny: le foto di Gorny arrivano dalla Germania degli anni ’20 e ’30, gli anni del Bauhaus, del razionalismo. queste foto iper-ordinate, schematiche, seriali, mi hanno fatto pensare a quali dovessero essere gli ideali del pubblico a cui erano dirette, i consumatori tedeschi. Forse in una popolazione così intrisa di razionalità mancano gli anticorpi per fronteggiare il diffondersi di una patologia ultranazionalista? Hitler salì al Reich nel ’33, i tempi erano quelli.
Voto: brrr, che freddo!

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Sangik Noh: un chirurgo racconta, attraverso fotografie proprie o scattate dai pazienti, delle battaglie contro il cancro. Immagini scostanti, testi deprimenti, guerre di mesi o anni, esiti spesso infausti, che hanno fatto sì che io mi chiedessi se valga la pena di combattere. Molti dei pazienti, coreani di una certa età, sono entrati in contatto col terribile agente arancio, un diserbante per usi militari, utilizzato dalle truppe inglesi e americane in diversi conflitti nell’est asiatico per distruggere zone boschive, allo scopo di lasciare allo scoperto le truppe nemiche. A distanza di cinquant’anni, gli effetti ancora uccidono.
Voto: paura.

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Hong Hao: collages tecnologici di oggetti passati per le mani dell’artista, raccolti in base a qualità varie: forma, colore, categoria merceologica, temi politici. Mi hanno molto divertito: l’esperienza di perdersi nella ricerca dei dettagli è davvero euforizzante. Nel contempo, viene da chiedersi se non viviamo di ridondanza: di quanti oggetti avremmo davvero necessità? e di quanti ci facciamo invece riempire le case, le menti, in cambio delle nostre ore-lavoro?
Voto: n!

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Kathy Ryan: se sei la responsabile dei servizi fotografici del New York Times Magazine, i tuoi scatti, ben composti (troppo) e ben ripassati coi filtri di Instagram, forse interesseranno a qualcuno. Magari qualcuno comprerà anche il tuo libro da 22 dollari e dieci cents. Personalmente, non trovo interessante un “fotografo” che parla di troppi temi diversi, con troppi stili diversi, riecheggiandone mille. Mi dà l’impressione di non saper cosa dire, ma di voler parlare comunque.

All’ingresso della mostra, un display elettronico a messaggio scorrevole mostra brevi testi ripresi dall’agenda dell’autrice. Tra questi “Telefonare a R. Frank“, che è stata la cosa più emozionante che ho visto.
Voto: ma per favore.

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Léon Gimpel: Paris, les illuminations de l’Exposition, en direction du Trocadéro,Léon GIMPEL,21 octobre 1937

Léon Gimpel: Paris, les illuminations de l’Exposition, en direction du Trocadéro – 21 octobre 1937

Gimpel: piccole lastre diapositive Autochrome, autentiche magie, all’epoca dello scatto, realizzate con tecnologia che oggi sembra fin troppo casalinga, essendo basata sulla fecola di patata. Eppure queste immaginette testimoniano tutta la meraviglia di Parigi in quegli anni, illuminata da tubi al neon, anch’essi invenzione di recentissima acquisizione. Anche le piccole dimensioni di queste lastre (le stesse utilizzate per le riprese, non ingrandimenti) contribuiscono alla riuscita della magia, richiedendo all’osservatore di avvicinarsi, escludendo così tutto il mondo di contorno. Un tuffo nel buio brillante.

Voto: piccole e immense.

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Collezione Savina Palmieri

Collezione Savina Palmieri

Resterebbero le due mostre ospitate presso la sede del MAST, la collezione di libri fotografici dedicati al mondo del lavoro, e i vincitori del concorso GD4PHOTOART.

La collezione, di proprietà di Savina Palmieri, ha il solo difetto di… esser sotto vetro. Adoro i libri d’epoca e le fotografie di fabbriche, averli lì ad un metro, ma inesorabilmente aperti su una sola doppia pagina, è stato un vero supplizio di Tantalo. Sono corso a casa con qualche idea malsana, prontamente controllata una volta verificati i prezzi.

Alle fotografie di Óscar Monzon, Marc Roig Blesa, Raphael Dallaporta, Madhuban Mitra & Manas Bhattacharya ho dedicato un po’ meno tempo del necessario, durante una visita guidata dai tempi un po’ accelerati. Mi propongo di rimediare nei prossimi giorni, gli ultimissimi della ricca manifestazione.

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Le mie impressioni sulle mostre di FOTO/INDUSTRIA 2015 – parte 1

Sta arrivando il 1° novembre, la data di chiusura di FOTO/INDUSTRIA, la grande rassegna di fotografia organizzata dal MAST. Le quattordici mostre che hanno popolato le prestigiose sedi bolognesi saranno smontate presto. Se non le avete viste, vi consiglio di affrettarvi.

A me hanno fatto queste impressioni:

Pierre Gonnord: Armando (Pozo Santiago) – 2009

Pierre Gonnord: Armando (Pozo Santiago) – 2009

Gonnord: ritratti di minatori delle Asturie, una categoria di lavoratori in estinzione in tutta Europa, eseguiti con tecniche di illuminazione e pose classiche da studio. Persone il cui volto racconta di vite dure e sofferte, fotografate su uno sfondo neutro che le decontestualizza, costringendo l’osservatore a soffermarsi sull’umanità struggente. Il modo di fotografarle mi ha ricordato quello di Irving Penn in Worlds in a small room. La videoproiezione che accompagna le foto è ancora più commovente, e la colonna sonora con campane a lutto sottolinea la fine di un’epoca.

Voto: mille.
(Grazie a Silvia per il video)(password video: GonnordBologna )

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Edward Burtynsky: Hamilton scrapyard. Densified Oil Drums No. 4, Hamilton, Ontario 1997

Edward Burtynsky: Hamilton scrapyard. Densified Oil Drums No. 4, Hamilton, Ontario 1997

Burtynsky: una ricerca sulle dimensioni delle modificazioni che infliggiamo all’ambiente naturale per continuare il processo di sviluppo economico. Immagini belle, accattivanti, grafiche, finchè le si osserva con distacco. Quando poi si guarda dentro la foto, quando si inizia ad intuire l’argomento di cui l’autore ci sta parlando, allora arriva il panico: che stiamo sfruttando le risorse del pianeta lo ripetiamo tutti, ma prendere atto di fino a che punto lo stiamo facendo, beh: è sconvolgente. Burtynsky dice di non voler lanciare accuse a questo sistema, dal momento che rifiutare la parte distruttiva del processo di produzione implicherebbe anche rinunciare alle nostre vite come le conosciamo. Ok, ma credo sia inevitabile porsi qualche domanda, di fronte alla scala delle devastazioni in atto. Purtroppo a Bologna non sono in mostra stampe, ma una videoproiezione di immagini statiche, sottotitolate. Mi è dispiaciuto non poter decidere quanto tempo dedicare ad ogni immagine, avrei voluto soffermarmi più a lungo. Il video che linko non è la sequenza delle immagini in mostra, ma l’introduzione al documentario proiettato al MAST alla presenza del fotografo.

Voto: ansia a mille.

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David Lachapelle: Landscape Riverside - 2013

David Lachapelle: Landscape Riverside – 2013

LaChapelle: per parlare di petrolio e civiltà dei consumi che bisogno c’è di entrare in una raffineria? Puoi costruirtene una con cannucce, bicchierini del caffè e scolapasta! Il risultato estetico sarà esilarante, e chi vuole riflettere sugli sprechi quotidiani troverà spunti in quantità.

Voto: risate garantite, riflessioni solo per chi s’impegna.

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Gianni Berengo Gardin All’interno di un deposito di tram – operai con la pubblicità del “Tonno Maruzzella” Milano, 1986

Gianni Berengo Gardin All’interno di un deposito di tram – operai con la pubblicità del “Tonno Maruzzella”
Milano, 1986

Berengo Gardin: la Fotografia, quella classica, seria, consapevole del proprio valore documentale, senza rinunciare a qualche guizzo di ironia. Se volete confrontare le immagini di GBG con altre esposte a FOTO/INDUSTRIA, non traete conclusioni affrettate: il lavoro del maestro non è fatto di stupore, di strillato, ma di testimonianza sobria, di partecipata umanità.

Voto: fuori scala!

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O. Winston Link: da “Norfolk and Western Railway”

O. Winston Link: devo ammettere che rivedere queste meravigliose stampe in bianconero non mi ha emozionato come la prima volta, nel 1990. La qualità del lavoro di Winston Link è indiscutibile, come anche la mole imponente dell’impegno tecnico, ma oggi rivedo queste fotografie con una piccola dose di disagio, a causa dell’evidente messa in scena: i personaggi posano, in attesa del passaggio della locomotiva. Non ci sarebbe nulla di male, se le foto non volessero “sembrare vere”. E vere sono senz’altro, dandoci un’immagine dell’America rurale anni ’50. Ma… la quota di “verità percepita” diminuisce un po’ a fronte della recita.

Voto: 6/7

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Slavin: divertente, leggero ma non troppo, spassoso, brioso, positivo. Neal Slavin ha infuso di allegria il genere fotografico (tutto U.S.A.) delle fotografie di gruppo. Persone accomunate da un elemento qualsiasi (spesso il lavoro, ma non sempre e non solo) che si riconoscono nel gruppo, e si fanno immortalare: negli U.S.A. si fa da sempre, spesso in modo serioso. Slavin sembra di vederlo sganasciarsi mentre dirige, con ottima regia, i suoi gruppi.

Voto: dammi un cinque!

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Luca Campigotto: Gotham City, 2012

Luca Campigotto: Gotham City, 2012

Campigotto: poco interessato all’aspetto documentale della fotografia, Luca Campigotto produce immagini slegate dal soggetto ripreso: le sue vedute non rappresentano le città o i complessi industriali fotografati, ma mirano invece a produrre scenografie teatrali. Al lettore immaginare personaggi e trame.

Segue parte 2