Un mulino a vapore, una folla straordinaria, un veneto carismatico – prima parte.

A seguito del mio articolo sul Paesino, e grazie alla disponibilità di don Giancarlo e del signor Prata, archivista della parrocchia, ho potuto visionare con attenzione una immagine rarissima e per me straordinaria, risalente al 25 gennaio 1903:

baricella mulino ciminiera tonello 1903 1 copia

“Conferenza contro la democrazia cristiana, tenuta a Baricella (25 gennaio 1903) dal maestro A.T. Tonello” (Riproduzione, da negativo conservato presso l’archivio parrocchiale di Baricella)

A colpo d’occhio mi risulta difficile riconoscere il mio paese; la torretta merlata posta sullo sfondo, al centro, mi aiuta: si tratta della torre presente nel cortile di villa Boschi. La mura a destra, sotto agli abeti, è ancora oggi uguale: delimita il lato nord di via Ungarella, al confine col parco della villa. In alto a sinistra, nascosta dietro ai rami, ecco la ciminiera che già mi aveva incuriosito.

Ma tutto il resto? A parte l’insolito edificio, il “Molino a vapore”, cos’è quella folla incredibile? Non ho mai  visto nulla di simile, a Baricella!

Guardando bene i dettagli, noto la varietà dei copricapi, quasi tutti maschili: c’è anche un colbacco:cappelli

Al margine sinistro trovo un bel lampione a gas:lampione

La folla riempie ogni spazio, c’è chi si spinge a correre qualche rischio pur di stare in prima linea:torre persone sul tetto

Si tratta di un comizio. Ecco il palco, le bandiere, l’oratore in piena azione:tonello bandiere

Questa foto mi interessa sotto più punti di vista: del “mulino” so che più o meno si trovava nella zona compresa tra via Ungarella e l’attuale negozio “Despar”, ma credevo fosse situato più a ovest, verso il fondo dello stradello parallelo a via Ungarella. La foto mostra anche che esso affacciava su una piazza: non esisteva quindi nessun edificio tra il palazzo del Municipio ed il mulino. Mi chiedo quando siano stati costruiti gli edifici che oggi ospitano l’ufficio postale ed il bar.

Il lampione visibile a sinistra mi aiuta a situare il punto di ripresa: la parete su cui è affisso non è visibile, poichè la fotografia è stata scattata da un punto allineato col piano della parete. Mi par di capire che il lampione fosse collocato sul lato nord dello stabile di via Roma 199,  (il negozio Despar) e deduco quindi che la ripresa sia stata effettuata dalla finestra al primo piano dello stabile di via Roma 70, proprio sopra la porta di ingresso.
Ho fatto questi due montaggi, giusto per chiarire la mia ipotesi (grazie Google maps!):via roma 199via roma 70

Oltre all’aspetto topografico, c’è ben altro in questa fotografia: per esempio quella didascalia in bella calligrafia, di che parla? Ma la Democrazia Cristiana non l’aveva fondata don Sturzo nel 1942? …e la “nostra” foto è del 1903! Mi sconcerto da solo per la mia ignoranza, ma grazie a san Google trovo qualche chiarimento. Chi fosse interessato a conoscere il quadro politico degli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900 troverà un bel sunto qui.

A questo punto, resta un mistero: chi era quell’oratore barbuto, in grado di riempire fino allo straripamento la piazza del mulino?

tonello ghost

e qui la storia si fa interessante…

/segue/

Cos’è, cosa non è

L’amica Giuditta mi scuote dalla pigrizia, sottoponendomi la foto “caso” del capodanno: Reveller in Manchester on a New Year night out, di Joel Goodman.

New Years Night revellers

© Joel Goodman – 07973 332324 . NO SYNDICATION OR ONWARD SALE PERMITTED . 01/01/2016 . Manchester , UK . Police detain a man whilst another lies collapsed in the road . Revellers in Manchester on a New Year night out at the clubs around the city centre’s Printworks venue . Photo credit : Joel Goodman

Ne hanno parlato e scritto tutti, davvero, pareri intelligentissimi, illuminanti, e punti di vista banalotti e superficiali.

Io ho letto qualcosa, su questa fotografia, senza appassionarmi troppo, devo dire, senza nulla togliere alla foto, che è davvero straordinaria.

Vorrei usarla per ripetere un ragionamento che ho fatto altrove, e che forse qualcuno potrebbe trovare interessante. Il tema è: come si valuta una fotografia come questa? Ecco cosa ho scritto a Giuditta:

Paragonando questa foto alla pittura classica credo si dovrebbe tener conto di una fondamentale differenza tra le due discipline: la pittura è creata, la fotografia invece è raccolta. È una banalità, apparentemente, ma sposta l’attenzione dalla superficie dell’immagine (foto o dipinto) al processo mentale dell’autore: il pittore immagina, poi monta su un supporto, le cose come vuole siano viste. Il fotografo, questo tipo di fotografo, va a pesca: usa intuizione, esperienza, cultura, per individuare la zona ed il momento giusto per gettare la rete, sperando di indovinare il momento in cui qualcosa di significativo avverrà. Raramente poi gli eventi accadono nel modo previsto o sperato, ma ciò non è importante: se i soggetti inquadrati si dispongono simultaneamente, e in sincrono con l’apertura dell’otturatore, in un modo interessante, equilibrato, rivelatore, o con un’alta qualità imprevedibile, allora quella fotografia avrà la capacità di colpire l’occhio del lettore. Aldilà delle capacità di preveggenza del fotografo, ciò che determina il successo di fotografie come questa, è la vita, vero autore di questa rappresentazione.


Questa foto, direi anzi: ogni foto, non è paragonabile, nella sostanza, ad un dipinto, dal momento che gli elementi che la compongono non sono stati disposti ad arte dal fotografo, bensì raccolti dalla macchina mentre si verificavano simultaneamente. Come sempre, la fotografia incorpora il concetto di tempo, assente dall’opera pittorica.

La disposizione simultanea delgi elementi, contestuale allo scatto, fa pensare alla storiella della scimmia che batte a caso sulla tastiera e ottiene la Divina Commedia.


Però… però… siamo sicuri che la foto avrebbe avuto meno valore se qualche elemento si fosse disposto in maniera differente, magari meno esteticamente gradevole, o meno in grado di richiamarci alla mente capolavori rinascimentali?
Non sarebbe stata comunque la registrazione di un estratto di tempo, di una fettina infinitesimale di secondo, di vita? Avrebbe avuto meno dignità se, putacaso, un personaggio importante di questa composizione si fosse, proprio un attimo prima dello scatto, girato di spalle, o avesse strizzato il viso in una qualche sgradevole smorfia? E’ corretto valutare una fotografia con criteri adatti alla pittura?

Well street Manchester

Dantzic St – Well St, Manchester. Da Google Maps

Foto di famiglia (altrui).

Proprio un anno fa trovai ad un mercatino dell’usato una scatola piena di negativi 6×9, parte in vetro e parte in pellicola. Non c’erano molte indicazioni scritte, tranne “Vita contadina – Puglia” su un foglio di carta bruna che incartocciava parte dei negativi.

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Le immagini erano una cinquantina, molti ritratti a figura intera, qualche gruppo. Li comprai, nonostante mi sembrasse improbabile l’ipotesi di risalire alle storie delle persone inquadrate .

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Ora sto riguardando quelle fotografie: le trovo bellissime, immagini evidentemente estratte da vite e vicende signorili, ma senza eccessi. Scattate durante rilassate situazioni familiari, o momenti di svago, ma sempre con la consapevolezza del ritratto: con dignità. Queste fotografie sono state prodotte per realizzare e tramandare ricordi: perchè i soggetti avrebbero dovuto imbruttirsi con smorfie “simpatiche”?28
In mancanza di parole d’accompagnamento, le foto falliscono lo scopo di testimonianza di quelle vite. Eppure importanti dettagli riescono a parlarci, pur senza compiere frasi distinte.

Ecco qualche foto, con l’ingrandimento di alcuni particolari. Se qualcuno riconoscesse i luoghi, o le persone, o rilevasse qualche indizio interessante, lo prego di farmi sapere.36

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Silvia as an ucrainen prostitute

Silvia as an ucrainen prostitute

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Il bar perfetto

L’estate scorsa, a giugno, ho visitato il bar perfetto. Mi ci ha portato Spartaco, un amico ciclista di San Severino, MC. Se dico “ciclista” pensate a fasci di muscoli senza un grammo di grasso, a regimi alimentari a metà tra culturismo e anoressia? beh, siete fuori strada: a Spartaco piace mangiare, bere, ridere e godere la vita. A proposito di bere: non avevo mai assaggiato il mistrà, e la mia vita non valeva nulla, prima. Grazie, Spartaco: mi hai mostrato la luce.

Parlando di luce: il bar perfetto è tale proprio grazie alla sua illuminazione, principalmente. E’ pervaso di quella meravigliosa penombra che favorisce le chiacchiere confidenziali. Poi ha stanze più luminose. Curiosamente, la luminosità degli ambienti è inversamente proporzionale all’ampiezza. Così nello stanzone centrale c’è la stessa luce che si trova d’estate in una chiesa di paese, al pomeriggio, quando si entra arrivando abbagliati dalla piazza, in cerca di fresco e riposo per gli occhi. Nelle stanze che si aprono ai lati, invece, c’è più luce, così che sembra che siano all’esterno, invase dal sole. Ma è quasi mezzanotte.
Alle pareti niente di speciale, eppure gli equilibri con cui gli oggetti e le piante riempiono gli spazi mi ricordano qualcosa. Non so cosa, forse il ricordo arriva dall’infanzia, dallo stanzone dove noi bambini facevamo il sonnellino dopo la scuola. O da un’idea di oratorio che ho in testa, e non so dire perchè.
Insomma: la ragione non la so, ma in quel bar io ci stavo bene.

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(tutte le fotografie di questo articolo ©Kiodoquellovero 2015)

Il documento imperfetto

Il prof. Dal Co sostiene che, a differenza dei filmati, le fotografie non rappresentano mai storie, ma documenti.
Per ricavare una storia da una o più fotografie, le parole di raccordo, che siano vere o false, dobbiamo metterle noi lettori, in una sorta di “unisci i puntini” piuttosto svincolato da regole.

Ma anche dal punto di vista documentale, la fotografia nuda non fornisce certezze granitiche, richiedendo al lettore una interpretazione basata sulle proprie conoscenze. E se il lettore non è almeno un po’ ferrato sul soggetto, o se ne ha un pregiudizio, anche vago, ecco che un’immagine fotografica può apparire come la prova (affermativa o negativa) di una qualsiasi corbelleria.

L’ammontare del valore documentale di una fotografia, dunque, dipende dalla cultura specifica del lettore, che però, se non è smaliziato, tenderà a trattare l’immagine fotografica come “prova” sempre e comunque, indipendentemente dalla labilità del proprio castello di riferimento, e trarrà conclusioni anche laddove non esistano i presupposti.

Pasolini scriveva: “Anche la persona piu in buona fede, vedendo una mia fotografia che mi mostra in via Veneto, tende a pensare che io sia sempre lì. Non gli balena neanche il pensiero che io sia passato di lì per caso, a comprare un giornale straniero (cosa che capita, qualche volta)”

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Moravia e Pasolini al Caffè Rosati, Piazza del Popolo, Roma, anni ’50

Uno dei meccanismi più utilizzati dai fotografi ambulanti (vacanzieri, o “street photographers”) per decidere di scattare, porta con sé una conseguenza paradossale: il fotografo spesso riprende ciò che è strano, inusuale, raro. Eccezionale, nel senso etimologico.  Un lettore che non conosca l’argomento fotografato, si formerà un’idea generale basandosi su un’eccezione.

Se mostro questa mia foto, ripresa a Ferrara, a chi di Ferrara e dei ferraresi un’idea ce l’ha, la didascalia potrà essere ridotta all’osso, senza temere di indurre in errore il lettore.

Ma se mostrassi la stessa foto a un abitante dell’altra parte del mondo, corredata dal solo titolo “Ferrara, 2012”, avrà egli gli strumenti per riconoscere la situazione grottesca? Non potrebbe invece convincersi che i ferraresi vadano vestiti come Pinocchio?

Festeggiamenti di laurea - Ferrara, 10dic12 Foto: K

Festeggiamenti di laurea – Ferrara, 10dic12
Foto: K

Facciamo una prova: la seguente è una foto, trovata in rete, di cui non sappiamo nulla. Come dobbiamo considerare il personaggio rappresentato? Bizzarro? O “normale”, dalle sue parti? Senza riferimenti culturali, non è facile dare un giudizio.

dove, come, quando?

dove, come, quando?

Se ci dicessero che la signora abita in …Furlandia, non ci sentiremmo legittimati a pensare che la foggia dei suoi abiti sia quella che va per la maggiore da quelle parti?

Insomma: senza elementi culturali specifici, da utilizzare come riferimento, il valore documentale della fotografia è piuttosto indeterminato.

Guardate questa serie di immagini:

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diane-arbus-14[1]

costumi-spaventosi

Come interpretarle? Se già non le avessimo trovate classificate, raccolte e commentate, “situate”, saremmo in grado di trarne informazioni chiare, rigorose?
Io credo di no, proprio perchè credo che per ricavare informazioni da una immagine occorra una “cultura specifica“, ossia una serie di riferimenti sociali, geografici, temporali, con cui misurare ciò che vediamo rappresentato.

L’argomento generale rappresentato in queste fotografie (“gruppi di persone mascherate”) è particolarmente sfuggente, essendo la maschera, per definizione, concepita per nascondere, evocare, disguidare i nostri ragionamenti.

Cosa sappiamo delle maschere? personalmente poco, quasi niente. Osservando e cercando di interpretare queste immagini potrei annaspare dalle parti del carnevale (fenomeno di cui ho una conoscenza estremamente superficiale, sebbene vissuta in prima persona). Potrei forse aver orecchiato qualcosa della tradizione USA di Halloween, potrei anche aver scoperto che così USA poi non è, ma non avrei elementi per andare molto più a fondo.

Giocando a carte scoperte, so qualcosa di più: la seconda e la terza immagine sono state realizzate da due straordinari fotografi: Irving Penn e Diane Arbus.

Della foto di Irving Penn conosco il titolo: Three Asaro Mud Men, New Guinea, 1970″, e questo è un elemento importante, che mi permette di aprire percorsi di ricerca. Curiosamente, però, la foto stessa sembra invece voler ridurre la quota di informazione: i tre guerrieri sono disposti contro una parete anonima che li isola dal loro ambiente. Osservo la fotografia e non apprendo nulla sulla localizzazione spaziale. Sembrerebbe che il fotografo abbia voluto concentrare la mia attenzione sull’aspetto stilistico, sugli abiti, sulla moda in voga presso questa (a me) sconosciuta popolazione.  Ma posso dire che i tre vadano sempre così agghindati? posso dedurre che vivano in una capanna, o in un grattacielo? posso immaginare il loro reddito, la loro occupazione prevalente? Saranno “autentici” guerrieri, o ragionieri, medici, metalmeccanici, bardati da guerrieri “tradizionali” in occasione delle riprese fotografiche?

La fotografia di Diane Arbus, apparentemente più inquadrabile, non è però titolata, essendo nota come “Untitled No. 4, 1970-1971”. E’ noto, però, che faccia parte dell’ultimo lavoro a cui la fotografa si è dedicata, poche settimane prima del suicidio. Le riprese furono svolte all’interno di una non identificata clinica per malati di mente. Le persone riprese erano mascherate in occasione di Halloween? Può darsi. Si trattava invece di un gioco utile semplicemente a tenerle impegnate? Forse. Quello che ricavo dalla lettura di questa fotografia, quello che stimola la mia voglia di saperne di più, alla luce della vicenda personale della Arbus, non è tanto la storia delle persone ritratte: mi pare invece che questa immagine parli della povera Diane, impegnata in un lungo flirt con la depressione.

 

Rimangono la prima e la quarta immagine: provengono da una raccolta di  “fotografie vernacolari”, familiari, private, dalla fine dell’800 a metà ‘900, ritrovate e collezionate dal musicista inglese Ossian Brown. Si dice che rappresentino personaggi agghindati in occasione di Halloween. Sarà senz’altro così, ma possiamo esserne certi? Non conosciamo autori, titoli, date e località delle riprese di queste stampine, anonime e inquietanti. Esse sono, senza dubbi, documenti, ma documenti cifrati. E noi non conosciamo la chiave interpretativa. Possiamo arrischiare ipotesi, anche molto buone, ma dobbiamo sapere che ci resta la possibilità di aver male interpretato, o che qualcuno abbia mischiato i numeri della “pista cifrata”.

Un po’ come quando il Colonnello Stevens inviava “alcuni messaggi speciali”: felice non è felice, il pappagallo è rosso…

Consigli per gli acquisti:

Le mie impressioni sulle mostre di FOTO/INDUSTRIA – parte 2

(Segue da qui)

Hein Gorny: Cigarettes

Hein Gorny: Cigarettes

Gorny: le foto di Gorny arrivano dalla Germania degli anni ’20 e ’30, gli anni del Bauhaus, del razionalismo. queste foto iper-ordinate, schematiche, seriali, mi hanno fatto pensare a quali dovessero essere gli ideali del pubblico a cui erano dirette, i consumatori tedeschi. Forse in una popolazione così intrisa di razionalità mancano gli anticorpi per fronteggiare il diffondersi di una patologia ultranazionalista? Hitler salì al Reich nel ’33, i tempi erano quelli.
Voto: brrr, che freddo!

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Sangik Noh: un chirurgo racconta, attraverso fotografie proprie o scattate dai pazienti, delle battaglie contro il cancro. Immagini scostanti, testi deprimenti, guerre di mesi o anni, esiti spesso infausti, che hanno fatto sì che io mi chiedessi se valga la pena di combattere. Molti dei pazienti, coreani di una certa età, sono entrati in contatto col terribile agente arancio, un diserbante per usi militari, utilizzato dalle truppe inglesi e americane in diversi conflitti nell’est asiatico per distruggere zone boschive, allo scopo di lasciare allo scoperto le truppe nemiche. A distanza di cinquant’anni, gli effetti ancora uccidono.
Voto: paura.

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Hong Hao: collages tecnologici di oggetti passati per le mani dell’artista, raccolti in base a qualità varie: forma, colore, categoria merceologica, temi politici. Mi hanno molto divertito: l’esperienza di perdersi nella ricerca dei dettagli è davvero euforizzante. Nel contempo, viene da chiedersi se non viviamo di ridondanza: di quanti oggetti avremmo davvero necessità? e di quanti ci facciamo invece riempire le case, le menti, in cambio delle nostre ore-lavoro?
Voto: n!

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Kathy Ryan: se sei la responsabile dei servizi fotografici del New York Times Magazine, i tuoi scatti, ben composti (troppo) e ben ripassati coi filtri di Instagram, forse interesseranno a qualcuno. Magari qualcuno comprerà anche il tuo libro da 22 dollari e dieci cents. Personalmente, non trovo interessante un “fotografo” che parla di troppi temi diversi, con troppi stili diversi, riecheggiandone mille. Mi dà l’impressione di non saper cosa dire, ma di voler parlare comunque.

All’ingresso della mostra, un display elettronico a messaggio scorrevole mostra brevi testi ripresi dall’agenda dell’autrice. Tra questi “Telefonare a R. Frank“, che è stata la cosa più emozionante che ho visto.
Voto: ma per favore.

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Léon Gimpel: Paris, les illuminations de l’Exposition, en direction du Trocadéro,Léon GIMPEL,21 octobre 1937

Léon Gimpel: Paris, les illuminations de l’Exposition, en direction du Trocadéro – 21 octobre 1937

Gimpel: piccole lastre diapositive Autochrome, autentiche magie, all’epoca dello scatto, realizzate con tecnologia che oggi sembra fin troppo casalinga, essendo basata sulla fecola di patata. Eppure queste immaginette testimoniano tutta la meraviglia di Parigi in quegli anni, illuminata da tubi al neon, anch’essi invenzione di recentissima acquisizione. Anche le piccole dimensioni di queste lastre (le stesse utilizzate per le riprese, non ingrandimenti) contribuiscono alla riuscita della magia, richiedendo all’osservatore di avvicinarsi, escludendo così tutto il mondo di contorno. Un tuffo nel buio brillante.

Voto: piccole e immense.

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Collezione Savina Palmieri

Collezione Savina Palmieri

Resterebbero le due mostre ospitate presso la sede del MAST, la collezione di libri fotografici dedicati al mondo del lavoro, e i vincitori del concorso GD4PHOTOART.

La collezione, di proprietà di Savina Palmieri, ha il solo difetto di… esser sotto vetro. Adoro i libri d’epoca e le fotografie di fabbriche, averli lì ad un metro, ma inesorabilmente aperti su una sola doppia pagina, è stato un vero supplizio di Tantalo. Sono corso a casa con qualche idea malsana, prontamente controllata una volta verificati i prezzi.

Alle fotografie di Óscar Monzon, Marc Roig Blesa, Raphael Dallaporta, Madhuban Mitra & Manas Bhattacharya ho dedicato un po’ meno tempo del necessario, durante una visita guidata dai tempi un po’ accelerati. Mi propongo di rimediare nei prossimi giorni, gli ultimissimi della ricca manifestazione.

Le mie impressioni sulle mostre di FOTO/INDUSTRIA 2015 – parte 1

Sta arrivando il 1° novembre, la data di chiusura di FOTO/INDUSTRIA, la grande rassegna di fotografia organizzata dal MAST. Le quattordici mostre che hanno popolato le prestigiose sedi bolognesi saranno smontate presto. Se non le avete viste, vi consiglio di affrettarvi.

A me hanno fatto queste impressioni:

Pierre Gonnord: Armando (Pozo Santiago) – 2009

Pierre Gonnord: Armando (Pozo Santiago) – 2009

Gonnord: ritratti di minatori delle Asturie, una categoria di lavoratori in estinzione in tutta Europa, eseguiti con tecniche di illuminazione e pose classiche da studio. Persone il cui volto racconta di vite dure e sofferte, fotografate su uno sfondo neutro che le decontestualizza, costringendo l’osservatore a soffermarsi sull’umanità struggente. Il modo di fotografarle mi ha ricordato quello di Irving Penn in Worlds in a small room. La videoproiezione che accompagna le foto è ancora più commovente, e la colonna sonora con campane a lutto sottolinea la fine di un’epoca.

Voto: mille.
(Grazie a Silvia per il video)(password video: GonnordBologna )

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Edward Burtynsky: Hamilton scrapyard. Densified Oil Drums No. 4, Hamilton, Ontario 1997

Edward Burtynsky: Hamilton scrapyard. Densified Oil Drums No. 4, Hamilton, Ontario 1997

Burtynsky: una ricerca sulle dimensioni delle modificazioni che infliggiamo all’ambiente naturale per continuare il processo di sviluppo economico. Immagini belle, accattivanti, grafiche, finchè le si osserva con distacco. Quando poi si guarda dentro la foto, quando si inizia ad intuire l’argomento di cui l’autore ci sta parlando, allora arriva il panico: che stiamo sfruttando le risorse del pianeta lo ripetiamo tutti, ma prendere atto di fino a che punto lo stiamo facendo, beh: è sconvolgente. Burtynsky dice di non voler lanciare accuse a questo sistema, dal momento che rifiutare la parte distruttiva del processo di produzione implicherebbe anche rinunciare alle nostre vite come le conosciamo. Ok, ma credo sia inevitabile porsi qualche domanda, di fronte alla scala delle devastazioni in atto. Purtroppo a Bologna non sono in mostra stampe, ma una videoproiezione di immagini statiche, sottotitolate. Mi è dispiaciuto non poter decidere quanto tempo dedicare ad ogni immagine, avrei voluto soffermarmi più a lungo. Il video che linko non è la sequenza delle immagini in mostra, ma l’introduzione al documentario proiettato al MAST alla presenza del fotografo.

Voto: ansia a mille.

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David Lachapelle: Landscape Riverside - 2013

David Lachapelle: Landscape Riverside – 2013

LaChapelle: per parlare di petrolio e civiltà dei consumi che bisogno c’è di entrare in una raffineria? Puoi costruirtene una con cannucce, bicchierini del caffè e scolapasta! Il risultato estetico sarà esilarante, e chi vuole riflettere sugli sprechi quotidiani troverà spunti in quantità.

Voto: risate garantite, riflessioni solo per chi s’impegna.

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Gianni Berengo Gardin All’interno di un deposito di tram – operai con la pubblicità del “Tonno Maruzzella” Milano, 1986

Gianni Berengo Gardin All’interno di un deposito di tram – operai con la pubblicità del “Tonno Maruzzella”
Milano, 1986

Berengo Gardin: la Fotografia, quella classica, seria, consapevole del proprio valore documentale, senza rinunciare a qualche guizzo di ironia. Se volete confrontare le immagini di GBG con altre esposte a FOTO/INDUSTRIA, non traete conclusioni affrettate: il lavoro del maestro non è fatto di stupore, di strillato, ma di testimonianza sobria, di partecipata umanità.

Voto: fuori scala!

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O. Winston Link: da “Norfolk and Western Railway”

O. Winston Link: devo ammettere che rivedere queste meravigliose stampe in bianconero non mi ha emozionato come la prima volta, nel 1990. La qualità del lavoro di Winston Link è indiscutibile, come anche la mole imponente dell’impegno tecnico, ma oggi rivedo queste fotografie con una piccola dose di disagio, a causa dell’evidente messa in scena: i personaggi posano, in attesa del passaggio della locomotiva. Non ci sarebbe nulla di male, se le foto non volessero “sembrare vere”. E vere sono senz’altro, dandoci un’immagine dell’America rurale anni ’50. Ma… la quota di “verità percepita” diminuisce un po’ a fronte della recita.

Voto: 6/7

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Slavin: divertente, leggero ma non troppo, spassoso, brioso, positivo. Neal Slavin ha infuso di allegria il genere fotografico (tutto U.S.A.) delle fotografie di gruppo. Persone accomunate da un elemento qualsiasi (spesso il lavoro, ma non sempre e non solo) che si riconoscono nel gruppo, e si fanno immortalare: negli U.S.A. si fa da sempre, spesso in modo serioso. Slavin sembra di vederlo sganasciarsi mentre dirige, con ottima regia, i suoi gruppi.

Voto: dammi un cinque!

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Luca Campigotto: Gotham City, 2012

Luca Campigotto: Gotham City, 2012

Campigotto: poco interessato all’aspetto documentale della fotografia, Luca Campigotto produce immagini slegate dal soggetto ripreso: le sue vedute non rappresentano le città o i complessi industriali fotografati, ma mirano invece a produrre scenografie teatrali. Al lettore immaginare personaggi e trame.

Segue parte 2

I❤MAST

Io vorrei prendere la residenza al MAST, almeno dal tre di ottobre al primo novembre, il periodo in cui va in scena FOTO/INDUSTRIA, la biennale dedicata a fotografia industriale, lavoro e impresa.

Vorrei vivere lì non soltanto per consultare coi miei tempi la ricca collezione di libri fotografici a tema esposti, o le foto dei finalisti del concorso GD4PHOTOART 2015; non soltanto per partecipare agli illuminanti incontri con straordinarie personalità legate a vario titolo al mondo della grande fotografia, e ai susseguenti pantagruelici buffet. E non solo per godere degli spazi architettonici del meraviglioso complesso, dei suoi servizi efficienti e del suo personale gentile e servizievole, che tutti insieme mi fanno illudere di vivere in Europa.

Io vorrei vivere al MAST perchè mi sono reso conto che questa straordinaria struttura, i servizi che offre, la cultura che diffonde gratuitamente a chi lo raggiunga, sono un atto di amore.

Al MAST, questo è il fatto, qualcuno ci vuole bene.

Ci ho messo un po’ a realizzarlo: mi sono chiesto come fosse sostenibile il costo di una manifestazione come FOTO/INDUSTRIA, con quattordici mostre di altissimo livello in sedi prestigiose. Poi ho capito che alla base del progetto non può stare una logica economica pura, un conto da bottegaio, “tanto esce – tanto entra”.

La Fondazione MAST e le attività ad essa collegate sono un raro e strabiliante esempio di filantropia, eguagliato dal progetto Hospice Seragnoli, che ho avuto modo di conoscere in occasione della dolorosa vicenda di una persona cara. E il MAST, come l’Hospice, sono il frutto della volontà di Isabella Seragnoli, imprenditrice risoluta nella sua atipica generosità.

Ed io le sono grato.

Foto: K.

MAST, da via Speranza

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Collezione Savina Palmieri Foto: K.

Collezione Savina Palmieri

Collezione Savina Palmieri Foto: K.

Collezione Savina Palmieri

Adiacente al MAST, il cantiere della torre uffici della GD. Foto: K.

Adiacente al MAST, il cantiere della torre uffici della GD.

Collezione Savina Palmieri Foto: K.

Collezione Savina Palmieri

Gallery Foto: K.

Gallery

Foto: K.

Foto: K.

Caffetteria Foto: K.

Caffetteria

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Gallery Foto: K.

Gallery

Foto: K.

Ingresso della Gallery Foto: K.

Ingresso della Gallery

Foto: K.

Foto: K.

MAST e case di via Speranza Foto: K.

MAST e case di via Speranza

Terrazzo della Caffetteria Foto: K.

Terrazzo della Caffetteria

Foto: K.

MAST da via Vittoria Foto: K.

MAST da via Vittoria

Tutte le foto di questo articolo sono state scattate da me il 20 ottobre 2015, rigorosamente senza chiedere autorizzazioni. Probabilmente ho infranto qualche copyright, ma l’ho fatto per rendere omaggio al MAST e a quanto esso contiene.

GPS, fotine e concorso

Conoscete il geocaching? è una sorta di elaborata caccia al tesoro mondiale, che si pratica col GPS. Vabbè, non ve lo spiego, cercate sul sito ufficiale o sul sito “sottufficiale” italiano.
Anni fa ho partecipato anch’io, e ogni tanto do ancora un’occhiata. Così ho conosciuto  Giuditta e Vittorio, gli inventori della pagina italiana, molto meno ingessata della official. I due hanno organizzato un concorsone fotografico tra geocachers, dove le foto andavano scattate nei pressi dei geocache, i “tesori” nascosti da scovare col gps. Giuditta e Vittorio hanno pensato di mollarmi la fase più delicata del concorso: il giudizio. Sì, non c’è una giuria, ma un giudice: io.

Beh, è stato piacevole, ma non facilissimo: mi faccio scrupoli a dire alla gente “la tua foto no!”. Lo so che non ci credete, ma mi faccio scrupoli!

Comunque: tra le venti foto sottoposte, ne ho dovuta scegliere una.

Ecco le foto, poi la motivazione della mia scelta.

GC626B9 Valle del Mucone

GC626B9 Valle del Mucone

GC620P7 I giganti della Sila

GC620P7 I giganti della Sila

GC584Y8 Sito archeologico di Castiglione di Paludi

GC584Y8 Sito archeologico di Castiglione di Paludi

Deutsch landschaft

Deutsch landschaft

@GCQE3N _The wind is a racer, a wild stallion running and the sweet taste of love on a slow summer's day_

@GCQE3N _The wind is a racer, a wild stallion running and the sweet taste of love on a slow summer’s day_

@GC10767 _Pianeta Geocaching_

@GC10767 _Pianeta Geocaching_

@GC5QXK9 Nisida si addormenta

@GC5QXK9 Nisida si addormenta

@GC274RN _Fiordaliso alla Galbusera Nera_

@GC274RN _Fiordaliso alla Galbusera Nera_

@GC60JEA Cassina de' Pomm

@GC60JEA Cassina de’ Pomm

@GC58T1F Alla Gogna!

@GC58T1F Alla Gogna!

@GC37FXZ Castro, la Zinzulusa

@GC37FXZ Castro, la Zinzulusa

@GC5YJMD _Per la sua resurrezione..._

@GC5YJMD _Per la sua resurrezione…_

@GC5E698 LagoNero di Cornisello

@GC5E698 LagoNero di Cornisello

@GC5E68F no titolo

@GC5E68F no titolo

@GC5APR2 Torre Padia nella tempesta

@GC5APR2 Torre Padia nella tempesta

@GC4Z6DM Oreno, borgo antico

@GC4Z6DM Oreno, borgo antico

@GC4QE5Q _Alpe di Lemna_

@GC4QE5Q _Alpe di Lemna_

@GC4JHR0 LagoGelato

@GC4JHR0 LagoGelato

@GC2FCMR Vecchie memorie sul Naviglio Pavese

@GC2FCMR Vecchie memorie sul Naviglio Pavese

@GC1NDCR - what is this_

@GC1NDCR – what is this_

 

 

 

CONCORSONE 2015

Santo Cielo, stavolta è davvero difficile!

Venti foto, luoghi di cui non so nulla, non so perché le venti inquadrature siano state tagliate così dai fotografi; non ho didascalie, e i venti titoli dicono ben poco. E son tutte balle che una foto valga più di tante parole: una foto senza parole è quasi sempre poco più di niente, date retta a me.


Devo selezionare la foto vincitrice, una su venti. Ho guardato e riguardato le foto: diciamo che… non vedo una foto che spicchi nettamente, anche se qualcuna mi dice qualcosina di più. Ce n’è poi qualcuna che… non mi va giù. Dovrò procedere per eliminazione, zac, spietato! Seguite i miei ragionamenti, e speriamo che nessuno si offenda! (nel caso invece qualcuno si inalberasse: è tutta colpa di geocachingitalia.it!).

Criterio della prima selezione: una foto è una foto. Se è un’elaborazione, allora non è più una foto, ma un’illustrazione: perde alcune proprietà intrinseche di una fotografia, mentre ne acquisisce altre, legate all’arbitrario intervento di chi l’ha prodotta. Vi piacciono le illustrazioni, le elaborazioni spinte? Buon per voi, ma questo è un concorso fotografico.

La prima sforbiciata è per:

  • @GC10767 _Pianeta Geocaching_

Seconda selezione: a Bologna si dice “Voi volete fare il matrimonio con le lumache!”, parlando di chi cerca di far bella figura col minimo sforzo (un pranzo di matrimonio richiede ben altro che un piatto di escargot). Ecco: una foto che cerca il facile effetto, a me non piace tanto. Ne preferisco una onestamente semplice. Eh, lo so, son di gusti difficili, ma che volete… devo sforbiciare! E visto che di “prospettive ardite” ne ho viste tante, tante! Mi tocca tagliare questa:

  • GC620P7 I giganti della Sila

Terzo taglio, criterio: “Uh che bello, sembra un quadro!”. Ragazzi, lo scopo della fotografia non è di creare bei quadretti. Una “bella” foto spesso è solo un’occasione mancata di raccontare ciò che si è visto e trovato interessante. Non fatevi traviare da chi vi parla delle “regole di composizione”, perché le foto troppo ben composte perdono di freschezza, e finiscono per sembrare già viste. Tiro via:

  • @GC1NDCR – what is this_

  • @GC5APR2 Torre Padia nella tempesta

  • @GC4QE5Q _Alpe di Lemna_

Quarta potatura: “Saluti dal lago”. L’effetto cartolina è difficile da evitare, a volte: ci si trova davanti ad un bel paesaggio, vasto e calmo, si ama ciò che si vede e si passa subito allo scatto. Ma la lettura successiva della foto non da le stesse sensazioni, a meno che questa non fornisca qualche forte argomento grafico su cui fermare l’occhio. Capite di cosa parlo? Guardate le tre foto di laghi meravigliosi qui sotto, mettetele una a fianco all’altra: vedete? Sono quasi intercambiabili. Manca una qualche caratterizzazione, un punctum, diceva quello.

Zac:

  • @GC4JHR0LagoGelato

  • @GC5E68F no titolo

  • @GC5E698 LagoNero di Cornisello

  • GC626B9 Valle del Mucone

  • @GC37FXZ Castro, la Zinzulusa

  • @GCQE3N _The wind is a racer, a wild stallion running and the sweet taste of love on a slow summer’s day_

  • Deutsch landschaft

  • @GC274RN _Fiordaliso alla Galbusera Nera_

  • @GC4Z6DM Oreno, borgo antico

Quinto taglio: “Potrebbe fare di più, se si impegnasse”. Le foto di questo gruppo di potatura le trovo piuttosto interessanti: mostrano “qualcosa”, un soggetto abbastanza definito, ma in un modo che mi lascia inappagato. Potevano essere meglio inquadrate o meglio esposte, potevano dire con più autorevolezza cosa il fotografo riteneva di mostrarmi. Meriterebbero di tornare sul posto più volte, magari prima senza fotocamera, solo per osservare meglio quei luoghi particolari, alla ricerca di notizie, informazioni. E poi una volta che il fotografo avesse un’opinione chiara su cosa andasse mostrato, click!

  • GC584Y8 Sito archeologico di Castiglione di Paludi

  • @GC5YJMD _Per la sua resurrezione…_

  • @GC58T1F Alla Gogna!

  • @GC60JEA Cassina de’ Pomm

Sesto taglio: “non è la stessa cosa”. Guardate: questa foto mi ha messo in difficoltà. In genere disprezzo le foto di tramonti, perché… perché non dicono nulla che già non si sappia, non rivelano, non sollevano dubbi. Dicono solo “WEEEEE va’ che bello sto tramonto!”. E siccome lo sappiamo tutti che i tramonti sono belli, mi chiedo che bisogno ci sia di fotografarli e, soprattutto, mostrarli in giro, pensando di aver fatto chissà che. Questa fotografia rappresenta un romantico tramonto, ma non solo un tramonto: c’è una persona inquadrata di spalle, una ragazza che, ignorando bellamente il fotografo, quel tramonto, quell’aria di mare, quei profumi, se li vive. Sa bene che alle sue spalle l’amico la sta riprendendo, ma decide di non recitare, perché si sta perdendo nei propri pensieri, forse chiedendosi chi mai vivrà nelle ville eleganti là sull’isola. Questa foto non è “un tramonto”, non è “una cartolina”, ma una piccola storia. Mi piace molto!

  • @GC5QXK9 Nisida si addormenta

Ed eccoci arrivati in fondo a questa spietata opera di… giardinaggio: pota qua, pota là, resta una foto sola, la vincitrice! Guardate: non ho voluto premiare la qualità ottica o la composizione, non l’esattezza tecnica o la creatività, ma la capacità di comunicare informazioni, di raccontare (o meglio: suggerire) storie; e la foto vincitrice, “@GC2FCMR Vecchie memorie sul Naviglio Pavese”, di storie ne suggerisce tante: qualcuna si svolge nel momento della ripresa (la piccola Renault rossa, là in fondo, parcheggiata dietro al grosso SUV, di chi sarà? Bravo il fotografo che non l’ha nascosta, in nome di sciocche “regole di composizione”, o in cerca dell’effetto “sembra un quadro”), altre nel passato (la cabina di manovra, sul Naviglio, in un altro tempo sarà stata il luogo di lavoro di qualcuno, chi sarà stato? Avrà ricavato abbastanza da vivere dal suo lavoro? Avrà sofferto di acciacchi dovuti all’umidità? Avrà raccontato ai suoi figli (ne avrà avuti?) di com’era il Naviglio “ai suoi tempi”? E quella targhetta, “Divieto di pesca”, sfregiata da un tag contemporaneo: quindi qualcuno avrà pescato, qui? O avrà desiderato farlo, ma ligio e rispettoso si sarà spinto fino ad un fosso, qualche chilometro più in là, con la sua vecchia Lambretta?).
Questa foto di storie ne accenna tante, le offre, senza insistere troppo, a noi, purché ci disponiamo ad ascoltarle. E questo, io credo, è proprio lo scopo della fotografia.
Bravo!

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Complimenti a tutti, amici geocachers, e non prendete troppo sul serio la mia classifica: domani potrei svegliarmi con l’umore diverso, e scrivere una classifica diversa, rivoluzionata. Se volete chiacchierare con me di fotografia, date un’occhiata al mio blog ( https://kiodoquellovero.wordpress.com/ ), aspetto i vostri interventi.
Buon divertimento a tutti!

Ciao!
Kiodo

(Nella foto di copertina: Diogene, uno dei primi geocachers, utilizzava un GPS che al giorno d’oggi considereremmo rudimentale. Le fotocamere non erano ancora state inventate, quindi il Concorsone trattava dipinti.)


Le regole. Le regole?

C’è un vizio di fondo nel percorso classico di chi inizia a fare fotografie: spesso il principiante non ha idea di cosa vuole fotografare. Lo posso dire, ho fatto così io: avevo ventidue anni, comprai una reflex e chiesi al fotografo di paese che me l’aveva venduta di consigliarmi “da dove cominciare”.

Che cazzata, vero?

Se comprate una biro, probabilmente sapete di cosa volete scrivere, più o meno. Ma chi compra un apparecchio fotografico impegnativo, quasi sempre lo fa per… diventare un Grande Fotografo, un Artista.

Pur non avendo niente da dire.

Si mette un po’ lì a studiare un briciolo di tecnica, scatta le prime foto “per prova”, poi finisce su qualche forum dove apprende, da fotoamatori con forse due anni di esperienza, o, peggio ancora, da soloni mai usciti dal mondo del fotoclub, le Regole di composizione. Queste quattro o cinque baggianate, rivelate come fossero vangelo, servono a slegare completamente l’argomento della foto dalla sua forma:

La

La “regola dei terzi” applicata ad un lampione

Foto

Foto “artistica” di un lampione

Puoi fotografare un gatto, due pali della luce, tre sofficini o quattro naufraghi siriani: se applichi le regole di composizione la tua foto risulterà Garantita Bella, e approvata dai Grandi Fotografi Certificati del Forum (beh, a parte… a parte la risoluzione. Ti diranno che con una macchina da 40Mp la foto sarebbe stata migliore della tua, che ne ha solo 24. A parte il microcontrasto, che se tu avessi usato l’obbiettivo da 2000€, anzichè il tuo da 200, sarebbe stato senz’altro migliore. A parte il bokeh, che se tu cambiassi marca di ottiche, allora sì! E così via).

Sui forum si spiegano le foto di HCB (sempre le stesse, le prime, le più leziose) esclusivamente in chiave grafica, parlando solo di regole di composizione. Così che chi inizia a fotografare si imprima nella testa il concetto che se userà le medesime regole, produrrà anche lui foto artistiche, del valore di quelle “del sommo HCB”.

La spirale di Fibonacci usata per

La spirale di Fibonacci usata per “spiegare” una foto di Henry Cartier Bresson

Ciò che sui forum si apprende, si diffonde e si tramanda, è che se cambi spesso attrezzatura, se la espandi, e se continui ad applicare le ferree Regole di Composizione, potrai senz’altro fregiarti del titolo, ambitissimo, di Photographer, implicando anche la condizione di Artista.

E allora… via! vai di composizione! Pali, spigoli, vecchiette, mandarini…. poi gatti, orizzonti dritti, cieli nuvolosi… tutto quello che ti trovi davanti permette, se passato attraverso alle famose regolette, di ottenere BELLE FOTO ARTISTICHE CERTIFICATE.

Beh, posso dire la mia? Quella roba lì non vale niente, se non avete un argomento di cui parlare.

A meno che vi accontentiate di parlare …di regole di composizione.

Quindi, è così? fotografate per mostrare che sapete fotografare? E a chi vi rivolgete, a chi dovrebbe interessare la vostra bravura? Agli amici del forum? agli utenti di Flickr?
Davvero volete misurare il valore delle vostre foto con i “like” lasciati da gente che produce roba così?

Beh, contenti voi…

Io suggerisco di trovare un argomento interessante, cioè: che interessi a voi. Di approfondirlo, e di parlarne quando ve ne sarete fatti un’idea. Parlarne con fotografie, intendo. Foto fatte per raccontare, spiegare ciò che avete scoperto sul vostro tema, senza preoccuparvi delle regole di composizione, o degli stili fotografici (magari ottenuti coi preset di Adobe Lightroom).

Guardate, per esempio, cos’ha prodotto Anton Kusters, a cui interessava la Yakuza, la mafia giapponese:

Anton ha vissuto due anni con i membri dell’onorata società giapponese, tra affari torbidi e lingua sconosciuta, e ha avuto la possibilità di fotografare i rapporti sociali vigenti nella famiglia. Aveva ottenuto il permesso dal padrino, naturalmente, ma l’ambiente non era privo di rischi, e le regole le imparava strada facendo. Per esempio: ad Anton hanno subito fatto sapere che chi sbaglia, chi esce dal consentito, deve autopunirsi, mozzarsi una falange e consegnarla al capo.

Però Kusters voleva vedere, capire, raccontare.

Mica comporre secondo la “regola dei terzi”, quella è roba da forum.

(Pensandoci: quella cosa di tagliarsi una falange ogni volta che fai una sciocchezza… non è del tutto male…)

(Foto di copertina: Le mani di un membro della Yakuza – foto: Anton Kusters, 2009)