Sugar mountain

E’ partita la seconda biennale di fotografia industriale: al MAST ed in altre prestigiose sedi bolognesi, quattordici interessanti mostre richiameranno centinaia di appassionati.

Io comincerò il mio pellegrinaggio al più presto, non voglio perdermi questa occasione. Adoro le fotografie del mondo del lavoro, degli uomini, delle strutture, delle macchine. Per la grande parte della mia attività fotografica (occasionale, ma piuttosto agguerrita) ho fotografato storie legate al lavoro. Tra il 1985 e il 2012 devo aver fotografato senz’altro più capannoni che persone.

Mi viene in mente una serie di fotografie del 1992, che direi si possano catalogare nella categoria della fotografia industriale. Andarono in mostra nel 1993, in due piccoli eventi locali: la allora nuova galleria d’arte comunale di Baricella, e poi lo zuccherificio CoProB di Minerbio, che fu anche il soggetto delle mie esplorazioni fotografiche.

Scelsi di fotografare la grande macchina-zuccherificio in modo suggestivo, di notte, per enfatizzare l’aspetto artificiale, straniante, fragoroso di quell’ambiente che conoscevo bene, per averci lavorato per alcune stagionalità.

Riguardo ora le venti stampe, e devo ammettere che mi soddisfano ancora: ritrovo le impressioni che andavo cercando allora.

Le parole di presentazione, di Alessandro Riccioni, le trovo appropriate al mio intento.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Stazione spaziale su Vega III (ma: Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992) Foto: K.

Stazione spaziale su Vega III (ma: Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992)
Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Autoritratto - Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Autoritratto – Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Tangenziale, rullo 1

Sugar mountain – deposito dello zucchero. Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Catalogo del progetto

Catalogo del progetto “Explorer”, indagine sul territorio. 1993

La presentazione di Alessandro Riccioni

La presentazione di Alessandro Riccioni

Tangenziale, rullo 1

Recintare

Bello andare in giro a caso, con la massima libertà di fotografare “tutto ciò che si vuole”, da liberi artisti, vero?

Macchè.

Riguardando le mie fotografie casuali, ho passato più tempo a chiedermi che senso avessero piuttosto che a sentirmene soddisfatto. Quando ho prodotto fotografie soddisfacenti, intendo soddisfacenti per me, sensate, è stato quasi sempre all’interno di progetti.

Un progetto è un recinto formato da argomento, dimensioni, scadenze temporali, all’interno del quale muoversi e produrre. Può esistere un committente, o può nascere nella testa del fotografo.

Nel 1987 ho prodotto le mie prime fotografie su commissione: l’appena fondata Associazione Organi Antichi mi propose di partecipare alla realizzazione del catalogo dei concerti per organo dell’anno successivo. Occorrevano fotografie dei tanti strumenti di grande pregio collocati nelle chiese della provincia. Tutto ciò che sapevo degli organi era che avevano lunghe canne metalliche ed emettevano suoni incredibili. Ne avevo visti, in qualche chiesa, ma soltanto da sotto in su, e da una certa distanza.

Accettai e alla prima prova produssi immagini di particolari, foto che volevano essere accattivanti, piene di geometrie e contrasti, molto grafiche: piacquero, e cominciai a lavorare.

Alcune stampe 18x24 e cataloghi di diverse annate della rassegna

Alcune stampe 18×24 e cataloghi di diverse annate della rassegna “Organi antichi, un patrimonio da salvare”.

Imparai molte cose da quel lavoro, che andò avanti per quasi una decina d’anni, su diversi piani: tecnico, umano, organizzativo, e mi feci un’idea della meccanica di uno strumento affascinante. Il fatto di lavorare all’interno di un progetto ben definito si rivelò tutt’altro che un limite, piuttosto una strada per apprendere, senza distrazioni nebulose. Oggi conservo centinaia (letteralmente) di stampe 18×24, su carta baritata e virate al selenio, più una dozzina di 30×40 che andarono brevemente in mostra al Conservatorio G.B. Martini nel 1990.

Canne delle note basse. Organo in Santa Maria Lauretana, Boschi di Baricella. Foto: kiodo, 1989

Canne delle note basse. Organo in Santa Maria Lauretana, Boschi di Baricella.
Foto: kiodo, 1989

Fotografare è parlare di un argomento. Per il fotografo, più il tema è circoscritto e definito, più evidente sarà la strada da percorrere e quali siano le immagini da cercare e realizzare, in accordo con la propria curiosità e col proprio stile.

Sono estremamente riconoscente per la fiducia che mi concessero, a tre persone eccezionali, che stimo e penso con affetto: Andrea Macinanti, Marco Tamarri e Tiberio Artioli. Quel primo incarico mi insegnò a cercare un’applicazione sensata alla tecnica che stavo studiando.

Appunti e catalogo 1991. In alto a destra: un postit con la preziosa firma di Marco Tamarri ♥

Appunti e catalogo 1991.
In alto a destra: un postit con la preziosa firma di Marco Tamarri ♥

La foto in copertina: somiere dell’organo della chiesa di San Giovanni in Triario. Foto: K., 1989

Tempo

Isora, 29 marzo 2013 foto: Kiodo

Una fondamentale differenza tra fotografia e pittura è legata al tempo: la fotografia mostra necessariamente il mondo com’è stato, in un certo luogo, durante il tempo in cui la fotografia è stata realizzata, mentre la pittura è slegata dal tempo: può mostrarci un passato, un futuro, un tempo diverso da quello della realizzazione dell’opera.

La fotografia ha una relazione sostanziale col tempo (qualunque cosa esso sia): ciò che una foto mostra è stato ripreso in una porzione di tempo determinata, una fetta estratta dal flusso, riflessa e memorizzata su un supporto. Questa fettina può avere spessore diverso, ampio o sottilissimo, quasi istantaneo, per la nostra percezione. La fotografia è fatta di tempo.

Una volta estratta dal tempo, una volta ripresa, la foto assume un nuovo, particolare rapporto col tempo: ci mostra ciò che non è più, ciò che è stato quando il fotografo ha aperto e richiuso l’otturatore, prima di andarsene nel futuro. Ma la foto resta lì, ferma nell’attimo in cui è stata scattata. Non possiamo osservare una fotografia prima di averla scattata, ma solo dopo (almeno finchè non riusciremo ad invertire la direzione del tempo, ma non credo succederà in tempo…). In quell’avverbio, “dopo”, sta il concetto di passato, di non ritorno, di mutazione, decadimento o evoluzione.

Osserviamo fotografie appena scattate, e ancora non lo percepiamo, ma ciò che vediamo non è più così, anzi: non è più qui, è rimasto nel passato, mentre noi abbiamo viaggiato in avanti.

Quando la foto che osserviamo viene da un tempo un po’ più distante, i segni del mutamento sono più evidenti, e ci provocano sentimenti diversi. Se la scena ripresa ci è nota, confrontarla col presente è quasi automatico. Secondo Robert Adams, addirittura, il confronto è l’unica ragione per riparlare delle sue fotografie:

“Dopo aver fotografato questo paesaggio dovrei cercare di parlarne? Per quale ragione o dovere? Forse soltanto per il privilegio di aver visto l’Ovest quando era più aperto, così che nulla di quanto è avvenuto da allora, per quanto brutto, possa oscurarne del tutto la promessa.” (in: Lungo i fiumi. Fotografie e conversazioni,  ed. italiana, Itaca  2005)

(Curiosamente, il confronto che ne fa non è nella direzione fotografia→tempo presente, bensì fotografia→tempo antecedente. Adams quindi non confronta il passato rappresentato in foto col presente così come lo possiamo constatare, ma coi suoi ricordi di un tempo ancora più lontano.)

L’invenzione della fotografia ha permesso di verificare alcuni fenomeni che avvengono nel tempo, ma che non era mai stato possibile osservare con sufficiente precisione, dal momento che si verificavano nel tempo, ad una velocità, pur modesta, tale da non permetterne l’osservazione ragionata: nessuno, per esempio, poteva sapere con certezza se un cavallo staccasse da terra contemporaneamente tutti e quattro gli zoccoli durante il galoppo: soltanto estraendo e registrando fettine di tempo, come fece Muybridge, il fenomeno fu osservabile con chiarezza.

Galloping horse - 1878, Edweard Muybridge (elaborazione)

Galloping horse – 1878, Edweard Muybridge (elaborazione)

Non si scappa: parlare di fotografia è parlare di tempo. La foto ci dice: “ecco, ciò che ti mostro è stato”. Per sfuggire alle malinconiche conseguenze di questi ragionamenti, convinciamoci che ne abbiamo tanto, tutto il tempo del mondo.