Un mulino a vapore, una folla straordinaria, un veneto carismatico – prima parte.

A seguito del mio articolo sul Paesino, e grazie alla disponibilità di don Giancarlo e del signor Prata, archivista della parrocchia, ho potuto visionare con attenzione una immagine rarissima e per me straordinaria, risalente al 25 gennaio 1903:

baricella mulino ciminiera tonello 1903 1 copia

“Conferenza contro la democrazia cristiana, tenuta a Baricella (25 gennaio 1903) dal maestro A.T. Tonello” (Riproduzione, da negativo conservato presso l’archivio parrocchiale di Baricella)

A colpo d’occhio mi risulta difficile riconoscere il mio paese; la torretta merlata posta sullo sfondo, al centro, mi aiuta: si tratta della torre presente nel cortile di villa Boschi. La mura a destra, sotto agli abeti, è ancora oggi uguale: delimita il lato nord di via Ungarella, al confine col parco della villa. In alto a sinistra, nascosta dietro ai rami, ecco la ciminiera che già mi aveva incuriosito.

Ma tutto il resto? A parte l’insolito edificio, il “Molino a vapore”, cos’è quella folla incredibile? Non ho mai  visto nulla di simile, a Baricella!

Guardando bene i dettagli, noto la varietà dei copricapi, quasi tutti maschili: c’è anche un colbacco:cappelli

Al margine sinistro trovo un bel lampione a gas:lampione

La folla riempie ogni spazio, c’è chi si spinge a correre qualche rischio pur di stare in prima linea:torre persone sul tetto

Si tratta di un comizio. Ecco il palco, le bandiere, l’oratore in piena azione:tonello bandiere

Questa foto mi interessa sotto più punti di vista: del “mulino” so che più o meno si trovava nella zona compresa tra via Ungarella e l’attuale negozio “Despar”, ma credevo fosse situato più a ovest, verso il fondo dello stradello parallelo a via Ungarella. La foto mostra anche che esso affacciava su una piazza: non esisteva quindi nessun edificio tra il palazzo del Municipio ed il mulino. Mi chiedo quando siano stati costruiti gli edifici che oggi ospitano l’ufficio postale ed il bar.

Il lampione visibile a sinistra mi aiuta a situare il punto di ripresa: la parete su cui è affisso non è visibile, poichè la fotografia è stata scattata da un punto allineato col piano della parete. Mi par di capire che il lampione fosse collocato sul lato nord dello stabile di via Roma 199,  (il negozio Despar) e deduco quindi che la ripresa sia stata effettuata dalla finestra al primo piano dello stabile di via Roma 70, proprio sopra la porta di ingresso.
Ho fatto questi due montaggi, giusto per chiarire la mia ipotesi (grazie Google maps!):via roma 199via roma 70

Oltre all’aspetto topografico, c’è ben altro in questa fotografia: per esempio quella didascalia in bella calligrafia, di che parla? Ma la Democrazia Cristiana non l’aveva fondata don Sturzo nel 1942? …e la “nostra” foto è del 1903! Mi sconcerto da solo per la mia ignoranza, ma grazie a san Google trovo qualche chiarimento. Chi fosse interessato a conoscere il quadro politico degli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900 troverà un bel sunto qui.

A questo punto, resta un mistero: chi era quell’oratore barbuto, in grado di riempire fino allo straripamento la piazza del mulino?

tonello ghost

e qui la storia si fa interessante…

/segue/

Cos’è, cosa non è

L’amica Giuditta mi scuote dalla pigrizia, sottoponendomi la foto “caso” del capodanno: Reveller in Manchester on a New Year night out, di Joel Goodman.

New Years Night revellers

© Joel Goodman – 07973 332324 . NO SYNDICATION OR ONWARD SALE PERMITTED . 01/01/2016 . Manchester , UK . Police detain a man whilst another lies collapsed in the road . Revellers in Manchester on a New Year night out at the clubs around the city centre’s Printworks venue . Photo credit : Joel Goodman

Ne hanno parlato e scritto tutti, davvero, pareri intelligentissimi, illuminanti, e punti di vista banalotti e superficiali.

Io ho letto qualcosa, su questa fotografia, senza appassionarmi troppo, devo dire, senza nulla togliere alla foto, che è davvero straordinaria.

Vorrei usarla per ripetere un ragionamento che ho fatto altrove, e che forse qualcuno potrebbe trovare interessante. Il tema è: come si valuta una fotografia come questa? Ecco cosa ho scritto a Giuditta:

Paragonando questa foto alla pittura classica credo si dovrebbe tener conto di una fondamentale differenza tra le due discipline: la pittura è creata, la fotografia invece è raccolta. È una banalità, apparentemente, ma sposta l’attenzione dalla superficie dell’immagine (foto o dipinto) al processo mentale dell’autore: il pittore immagina, poi monta su un supporto, le cose come vuole siano viste. Il fotografo, questo tipo di fotografo, va a pesca: usa intuizione, esperienza, cultura, per individuare la zona ed il momento giusto per gettare la rete, sperando di indovinare il momento in cui qualcosa di significativo avverrà. Raramente poi gli eventi accadono nel modo previsto o sperato, ma ciò non è importante: se i soggetti inquadrati si dispongono simultaneamente, e in sincrono con l’apertura dell’otturatore, in un modo interessante, equilibrato, rivelatore, o con un’alta qualità imprevedibile, allora quella fotografia avrà la capacità di colpire l’occhio del lettore. Aldilà delle capacità di preveggenza del fotografo, ciò che determina il successo di fotografie come questa, è la vita, vero autore di questa rappresentazione.


Questa foto, direi anzi: ogni foto, non è paragonabile, nella sostanza, ad un dipinto, dal momento che gli elementi che la compongono non sono stati disposti ad arte dal fotografo, bensì raccolti dalla macchina mentre si verificavano simultaneamente. Come sempre, la fotografia incorpora il concetto di tempo, assente dall’opera pittorica.

La disposizione simultanea delgi elementi, contestuale allo scatto, fa pensare alla storiella della scimmia che batte a caso sulla tastiera e ottiene la Divina Commedia.


Però… però… siamo sicuri che la foto avrebbe avuto meno valore se qualche elemento si fosse disposto in maniera differente, magari meno esteticamente gradevole, o meno in grado di richiamarci alla mente capolavori rinascimentali?
Non sarebbe stata comunque la registrazione di un estratto di tempo, di una fettina infinitesimale di secondo, di vita? Avrebbe avuto meno dignità se, putacaso, un personaggio importante di questa composizione si fosse, proprio un attimo prima dello scatto, girato di spalle, o avesse strizzato il viso in una qualche sgradevole smorfia? E’ corretto valutare una fotografia con criteri adatti alla pittura?

Well street Manchester

Dantzic St – Well St, Manchester. Da Google Maps

Foto di famiglia (altrui).

Proprio un anno fa trovai ad un mercatino dell’usato una scatola piena di negativi 6×9, parte in vetro e parte in pellicola. Non c’erano molte indicazioni scritte, tranne “Vita contadina – Puglia” su un foglio di carta bruna che incartocciava parte dei negativi.

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Le immagini erano una cinquantina, molti ritratti a figura intera, qualche gruppo. Li comprai, nonostante mi sembrasse improbabile l’ipotesi di risalire alle storie delle persone inquadrate .

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Ora sto riguardando quelle fotografie: le trovo bellissime, immagini evidentemente estratte da vite e vicende signorili, ma senza eccessi. Scattate durante rilassate situazioni familiari, o momenti di svago, ma sempre con la consapevolezza del ritratto: con dignità. Queste fotografie sono state prodotte per realizzare e tramandare ricordi: perchè i soggetti avrebbero dovuto imbruttirsi con smorfie “simpatiche”?28
In mancanza di parole d’accompagnamento, le foto falliscono lo scopo di testimonianza di quelle vite. Eppure importanti dettagli riescono a parlarci, pur senza compiere frasi distinte.

Ecco qualche foto, con l’ingrandimento di alcuni particolari. Se qualcuno riconoscesse i luoghi, o le persone, o rilevasse qualche indizio interessante, lo prego di farmi sapere.36

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Silvia as an ucrainen prostitute

Silvia as an ucrainen prostitute

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Il bar perfetto

L’estate scorsa, a giugno, ho visitato il bar perfetto. Mi ci ha portato Spartaco, un amico ciclista di San Severino, MC. Se dico “ciclista” pensate a fasci di muscoli senza un grammo di grasso, a regimi alimentari a metà tra culturismo e anoressia? beh, siete fuori strada: a Spartaco piace mangiare, bere, ridere e godere la vita. A proposito di bere: non avevo mai assaggiato il mistrà, e la mia vita non valeva nulla, prima. Grazie, Spartaco: mi hai mostrato la luce.

Parlando di luce: il bar perfetto è tale proprio grazie alla sua illuminazione, principalmente. E’ pervaso di quella meravigliosa penombra che favorisce le chiacchiere confidenziali. Poi ha stanze più luminose. Curiosamente, la luminosità degli ambienti è inversamente proporzionale all’ampiezza. Così nello stanzone centrale c’è la stessa luce che si trova d’estate in una chiesa di paese, al pomeriggio, quando si entra arrivando abbagliati dalla piazza, in cerca di fresco e riposo per gli occhi. Nelle stanze che si aprono ai lati, invece, c’è più luce, così che sembra che siano all’esterno, invase dal sole. Ma è quasi mezzanotte.
Alle pareti niente di speciale, eppure gli equilibri con cui gli oggetti e le piante riempiono gli spazi mi ricordano qualcosa. Non so cosa, forse il ricordo arriva dall’infanzia, dallo stanzone dove noi bambini facevamo il sonnellino dopo la scuola. O da un’idea di oratorio che ho in testa, e non so dire perchè.
Insomma: la ragione non la so, ma in quel bar io ci stavo bene.

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(tutte le fotografie di questo articolo ©Kiodoquellovero 2015)

Il documento imperfetto

Il prof. Dal Co sostiene che, a differenza dei filmati, le fotografie non rappresentano mai storie, ma documenti.
Per ricavare una storia da una o più fotografie, le parole di raccordo, che siano vere o false, dobbiamo metterle noi lettori, in una sorta di “unisci i puntini” piuttosto svincolato da regole.

Ma anche dal punto di vista documentale, la fotografia nuda non fornisce certezze granitiche, richiedendo al lettore una interpretazione basata sulle proprie conoscenze. E se il lettore non è almeno un po’ ferrato sul soggetto, o se ne ha un pregiudizio, anche vago, ecco che un’immagine fotografica può apparire come la prova (affermativa o negativa) di una qualsiasi corbelleria.

L’ammontare del valore documentale di una fotografia, dunque, dipende dalla cultura specifica del lettore, che però, se non è smaliziato, tenderà a trattare l’immagine fotografica come “prova” sempre e comunque, indipendentemente dalla labilità del proprio castello di riferimento, e trarrà conclusioni anche laddove non esistano i presupposti.

Pasolini scriveva: “Anche la persona piu in buona fede, vedendo una mia fotografia che mi mostra in via Veneto, tende a pensare che io sia sempre lì. Non gli balena neanche il pensiero che io sia passato di lì per caso, a comprare un giornale straniero (cosa che capita, qualche volta)”

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Moravia e Pasolini al Caffè Rosati, Piazza del Popolo, Roma, anni ’50

Uno dei meccanismi più utilizzati dai fotografi ambulanti (vacanzieri, o “street photographers”) per decidere di scattare, porta con sé una conseguenza paradossale: il fotografo spesso riprende ciò che è strano, inusuale, raro. Eccezionale, nel senso etimologico.  Un lettore che non conosca l’argomento fotografato, si formerà un’idea generale basandosi su un’eccezione.

Se mostro questa mia foto, ripresa a Ferrara, a chi di Ferrara e dei ferraresi un’idea ce l’ha, la didascalia potrà essere ridotta all’osso, senza temere di indurre in errore il lettore.

Ma se mostrassi la stessa foto a un abitante dell’altra parte del mondo, corredata dal solo titolo “Ferrara, 2012”, avrà egli gli strumenti per riconoscere la situazione grottesca? Non potrebbe invece convincersi che i ferraresi vadano vestiti come Pinocchio?

Festeggiamenti di laurea - Ferrara, 10dic12 Foto: K

Festeggiamenti di laurea – Ferrara, 10dic12
Foto: K

Facciamo una prova: la seguente è una foto, trovata in rete, di cui non sappiamo nulla. Come dobbiamo considerare il personaggio rappresentato? Bizzarro? O “normale”, dalle sue parti? Senza riferimenti culturali, non è facile dare un giudizio.

dove, come, quando?

dove, come, quando?

Se ci dicessero che la signora abita in …Furlandia, non ci sentiremmo legittimati a pensare che la foggia dei suoi abiti sia quella che va per la maggiore da quelle parti?

Insomma: senza elementi culturali specifici, da utilizzare come riferimento, il valore documentale della fotografia è piuttosto indeterminato.

Guardate questa serie di immagini:

Haunted+Air+1[1]

asaro.jpg

diane-arbus-14[1]

costumi-spaventosi

Come interpretarle? Se già non le avessimo trovate classificate, raccolte e commentate, “situate”, saremmo in grado di trarne informazioni chiare, rigorose?
Io credo di no, proprio perchè credo che per ricavare informazioni da una immagine occorra una “cultura specifica“, ossia una serie di riferimenti sociali, geografici, temporali, con cui misurare ciò che vediamo rappresentato.

L’argomento generale rappresentato in queste fotografie (“gruppi di persone mascherate”) è particolarmente sfuggente, essendo la maschera, per definizione, concepita per nascondere, evocare, disguidare i nostri ragionamenti.

Cosa sappiamo delle maschere? personalmente poco, quasi niente. Osservando e cercando di interpretare queste immagini potrei annaspare dalle parti del carnevale (fenomeno di cui ho una conoscenza estremamente superficiale, sebbene vissuta in prima persona). Potrei forse aver orecchiato qualcosa della tradizione USA di Halloween, potrei anche aver scoperto che così USA poi non è, ma non avrei elementi per andare molto più a fondo.

Giocando a carte scoperte, so qualcosa di più: la seconda e la terza immagine sono state realizzate da due straordinari fotografi: Irving Penn e Diane Arbus.

Della foto di Irving Penn conosco il titolo: Three Asaro Mud Men, New Guinea, 1970″, e questo è un elemento importante, che mi permette di aprire percorsi di ricerca. Curiosamente, però, la foto stessa sembra invece voler ridurre la quota di informazione: i tre guerrieri sono disposti contro una parete anonima che li isola dal loro ambiente. Osservo la fotografia e non apprendo nulla sulla localizzazione spaziale. Sembrerebbe che il fotografo abbia voluto concentrare la mia attenzione sull’aspetto stilistico, sugli abiti, sulla moda in voga presso questa (a me) sconosciuta popolazione.  Ma posso dire che i tre vadano sempre così agghindati? posso dedurre che vivano in una capanna, o in un grattacielo? posso immaginare il loro reddito, la loro occupazione prevalente? Saranno “autentici” guerrieri, o ragionieri, medici, metalmeccanici, bardati da guerrieri “tradizionali” in occasione delle riprese fotografiche?

La fotografia di Diane Arbus, apparentemente più inquadrabile, non è però titolata, essendo nota come “Untitled No. 4, 1970-1971”. E’ noto, però, che faccia parte dell’ultimo lavoro a cui la fotografa si è dedicata, poche settimane prima del suicidio. Le riprese furono svolte all’interno di una non identificata clinica per malati di mente. Le persone riprese erano mascherate in occasione di Halloween? Può darsi. Si trattava invece di un gioco utile semplicemente a tenerle impegnate? Forse. Quello che ricavo dalla lettura di questa fotografia, quello che stimola la mia voglia di saperne di più, alla luce della vicenda personale della Arbus, non è tanto la storia delle persone ritratte: mi pare invece che questa immagine parli della povera Diane, impegnata in un lungo flirt con la depressione.

 

Rimangono la prima e la quarta immagine: provengono da una raccolta di  “fotografie vernacolari”, familiari, private, dalla fine dell’800 a metà ‘900, ritrovate e collezionate dal musicista inglese Ossian Brown. Si dice che rappresentino personaggi agghindati in occasione di Halloween. Sarà senz’altro così, ma possiamo esserne certi? Non conosciamo autori, titoli, date e località delle riprese di queste stampine, anonime e inquietanti. Esse sono, senza dubbi, documenti, ma documenti cifrati. E noi non conosciamo la chiave interpretativa. Possiamo arrischiare ipotesi, anche molto buone, ma dobbiamo sapere che ci resta la possibilità di aver male interpretato, o che qualcuno abbia mischiato i numeri della “pista cifrata”.

Un po’ come quando il Colonnello Stevens inviava “alcuni messaggi speciali”: felice non è felice, il pappagallo è rosso…

Consigli per gli acquisti:

Le mie impressioni sulle mostre di FOTO/INDUSTRIA 2015 – parte 1

Sta arrivando il 1° novembre, la data di chiusura di FOTO/INDUSTRIA, la grande rassegna di fotografia organizzata dal MAST. Le quattordici mostre che hanno popolato le prestigiose sedi bolognesi saranno smontate presto. Se non le avete viste, vi consiglio di affrettarvi.

A me hanno fatto queste impressioni:

Pierre Gonnord: Armando (Pozo Santiago) – 2009

Pierre Gonnord: Armando (Pozo Santiago) – 2009

Gonnord: ritratti di minatori delle Asturie, una categoria di lavoratori in estinzione in tutta Europa, eseguiti con tecniche di illuminazione e pose classiche da studio. Persone il cui volto racconta di vite dure e sofferte, fotografate su uno sfondo neutro che le decontestualizza, costringendo l’osservatore a soffermarsi sull’umanità struggente. Il modo di fotografarle mi ha ricordato quello di Irving Penn in Worlds in a small room. La videoproiezione che accompagna le foto è ancora più commovente, e la colonna sonora con campane a lutto sottolinea la fine di un’epoca.

Voto: mille.
(Grazie a Silvia per il video)(password video: GonnordBologna )

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Edward Burtynsky: Hamilton scrapyard. Densified Oil Drums No. 4, Hamilton, Ontario 1997

Edward Burtynsky: Hamilton scrapyard. Densified Oil Drums No. 4, Hamilton, Ontario 1997

Burtynsky: una ricerca sulle dimensioni delle modificazioni che infliggiamo all’ambiente naturale per continuare il processo di sviluppo economico. Immagini belle, accattivanti, grafiche, finchè le si osserva con distacco. Quando poi si guarda dentro la foto, quando si inizia ad intuire l’argomento di cui l’autore ci sta parlando, allora arriva il panico: che stiamo sfruttando le risorse del pianeta lo ripetiamo tutti, ma prendere atto di fino a che punto lo stiamo facendo, beh: è sconvolgente. Burtynsky dice di non voler lanciare accuse a questo sistema, dal momento che rifiutare la parte distruttiva del processo di produzione implicherebbe anche rinunciare alle nostre vite come le conosciamo. Ok, ma credo sia inevitabile porsi qualche domanda, di fronte alla scala delle devastazioni in atto. Purtroppo a Bologna non sono in mostra stampe, ma una videoproiezione di immagini statiche, sottotitolate. Mi è dispiaciuto non poter decidere quanto tempo dedicare ad ogni immagine, avrei voluto soffermarmi più a lungo. Il video che linko non è la sequenza delle immagini in mostra, ma l’introduzione al documentario proiettato al MAST alla presenza del fotografo.

Voto: ansia a mille.

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David Lachapelle: Landscape Riverside - 2013

David Lachapelle: Landscape Riverside – 2013

LaChapelle: per parlare di petrolio e civiltà dei consumi che bisogno c’è di entrare in una raffineria? Puoi costruirtene una con cannucce, bicchierini del caffè e scolapasta! Il risultato estetico sarà esilarante, e chi vuole riflettere sugli sprechi quotidiani troverà spunti in quantità.

Voto: risate garantite, riflessioni solo per chi s’impegna.

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Gianni Berengo Gardin All’interno di un deposito di tram – operai con la pubblicità del “Tonno Maruzzella” Milano, 1986

Gianni Berengo Gardin All’interno di un deposito di tram – operai con la pubblicità del “Tonno Maruzzella”
Milano, 1986

Berengo Gardin: la Fotografia, quella classica, seria, consapevole del proprio valore documentale, senza rinunciare a qualche guizzo di ironia. Se volete confrontare le immagini di GBG con altre esposte a FOTO/INDUSTRIA, non traete conclusioni affrettate: il lavoro del maestro non è fatto di stupore, di strillato, ma di testimonianza sobria, di partecipata umanità.

Voto: fuori scala!

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winston-8[1]

O. Winston Link: da “Norfolk and Western Railway”

O. Winston Link: devo ammettere che rivedere queste meravigliose stampe in bianconero non mi ha emozionato come la prima volta, nel 1990. La qualità del lavoro di Winston Link è indiscutibile, come anche la mole imponente dell’impegno tecnico, ma oggi rivedo queste fotografie con una piccola dose di disagio, a causa dell’evidente messa in scena: i personaggi posano, in attesa del passaggio della locomotiva. Non ci sarebbe nulla di male, se le foto non volessero “sembrare vere”. E vere sono senz’altro, dandoci un’immagine dell’America rurale anni ’50. Ma… la quota di “verità percepita” diminuisce un po’ a fronte della recita.

Voto: 6/7

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Slavin: divertente, leggero ma non troppo, spassoso, brioso, positivo. Neal Slavin ha infuso di allegria il genere fotografico (tutto U.S.A.) delle fotografie di gruppo. Persone accomunate da un elemento qualsiasi (spesso il lavoro, ma non sempre e non solo) che si riconoscono nel gruppo, e si fanno immortalare: negli U.S.A. si fa da sempre, spesso in modo serioso. Slavin sembra di vederlo sganasciarsi mentre dirige, con ottima regia, i suoi gruppi.

Voto: dammi un cinque!

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Luca Campigotto: Gotham City, 2012

Luca Campigotto: Gotham City, 2012

Campigotto: poco interessato all’aspetto documentale della fotografia, Luca Campigotto produce immagini slegate dal soggetto ripreso: le sue vedute non rappresentano le città o i complessi industriali fotografati, ma mirano invece a produrre scenografie teatrali. Al lettore immaginare personaggi e trame.

Segue parte 2

I❤MAST

Io vorrei prendere la residenza al MAST, almeno dal tre di ottobre al primo novembre, il periodo in cui va in scena FOTO/INDUSTRIA, la biennale dedicata a fotografia industriale, lavoro e impresa.

Vorrei vivere lì non soltanto per consultare coi miei tempi la ricca collezione di libri fotografici a tema esposti, o le foto dei finalisti del concorso GD4PHOTOART 2015; non soltanto per partecipare agli illuminanti incontri con straordinarie personalità legate a vario titolo al mondo della grande fotografia, e ai susseguenti pantagruelici buffet. E non solo per godere degli spazi architettonici del meraviglioso complesso, dei suoi servizi efficienti e del suo personale gentile e servizievole, che tutti insieme mi fanno illudere di vivere in Europa.

Io vorrei vivere al MAST perchè mi sono reso conto che questa straordinaria struttura, i servizi che offre, la cultura che diffonde gratuitamente a chi lo raggiunga, sono un atto di amore.

Al MAST, questo è il fatto, qualcuno ci vuole bene.

Ci ho messo un po’ a realizzarlo: mi sono chiesto come fosse sostenibile il costo di una manifestazione come FOTO/INDUSTRIA, con quattordici mostre di altissimo livello in sedi prestigiose. Poi ho capito che alla base del progetto non può stare una logica economica pura, un conto da bottegaio, “tanto esce – tanto entra”.

La Fondazione MAST e le attività ad essa collegate sono un raro e strabiliante esempio di filantropia, eguagliato dal progetto Hospice Seragnoli, che ho avuto modo di conoscere in occasione della dolorosa vicenda di una persona cara. E il MAST, come l’Hospice, sono il frutto della volontà di Isabella Seragnoli, imprenditrice risoluta nella sua atipica generosità.

Ed io le sono grato.

Foto: K.

MAST, da via Speranza

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Foto: K.

Collezione Savina Palmieri Foto: K.

Collezione Savina Palmieri

Collezione Savina Palmieri Foto: K.

Collezione Savina Palmieri

Adiacente al MAST, il cantiere della torre uffici della GD. Foto: K.

Adiacente al MAST, il cantiere della torre uffici della GD.

Collezione Savina Palmieri Foto: K.

Collezione Savina Palmieri

Gallery Foto: K.

Gallery

Foto: K.

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Caffetteria Foto: K.

Caffetteria

Foto: K.

Foto: K.

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Gallery Foto: K.

Gallery

Foto: K.

Ingresso della Gallery Foto: K.

Ingresso della Gallery

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Foto: K.

MAST e case di via Speranza Foto: K.

MAST e case di via Speranza

Terrazzo della Caffetteria Foto: K.

Terrazzo della Caffetteria

Foto: K.

MAST da via Vittoria Foto: K.

MAST da via Vittoria

Tutte le foto di questo articolo sono state scattate da me il 20 ottobre 2015, rigorosamente senza chiedere autorizzazioni. Probabilmente ho infranto qualche copyright, ma l’ho fatto per rendere omaggio al MAST e a quanto esso contiene.