Il bar perfetto

L’estate scorsa, a giugno, ho visitato il bar perfetto. Mi ci ha portato Spartaco, un amico ciclista di San Severino, MC. Se dico “ciclista” pensate a fasci di muscoli senza un grammo di grasso, a regimi alimentari a metà tra culturismo e anoressia? beh, siete fuori strada: a Spartaco piace mangiare, bere, ridere e godere la vita. A proposito di bere: non avevo mai assaggiato il mistrà, e la mia vita non valeva nulla, prima. Grazie, Spartaco: mi hai mostrato la luce.

Parlando di luce: il bar perfetto è tale proprio grazie alla sua illuminazione, principalmente. E’ pervaso di quella meravigliosa penombra che favorisce le chiacchiere confidenziali. Poi ha stanze più luminose. Curiosamente, la luminosità degli ambienti è inversamente proporzionale all’ampiezza. Così nello stanzone centrale c’è la stessa luce che si trova d’estate in una chiesa di paese, al pomeriggio, quando si entra arrivando abbagliati dalla piazza, in cerca di fresco e riposo per gli occhi. Nelle stanze che si aprono ai lati, invece, c’è più luce, così che sembra che siano all’esterno, invase dal sole. Ma è quasi mezzanotte.
Alle pareti niente di speciale, eppure gli equilibri con cui gli oggetti e le piante riempiono gli spazi mi ricordano qualcosa. Non so cosa, forse il ricordo arriva dall’infanzia, dallo stanzone dove noi bambini facevamo il sonnellino dopo la scuola. O da un’idea di oratorio che ho in testa, e non so dire perchè.
Insomma: la ragione non la so, ma in quel bar io ci stavo bene.

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(tutte le fotografie di questo articolo ©Kiodoquellovero 2015)