Un mulino a vapore, una folla straordinaria, un veneto carismatico – prima parte.

A seguito del mio articolo sul Paesino, e grazie alla disponibilità di don Giancarlo e del signor Prata, archivista della parrocchia, ho potuto visionare con attenzione una immagine rarissima e per me straordinaria, risalente al 25 gennaio 1903:

baricella mulino ciminiera tonello 1903 1 copia

“Conferenza contro la democrazia cristiana, tenuta a Baricella (25 gennaio 1903) dal maestro A.T. Tonello” (Riproduzione, da negativo conservato presso l’archivio parrocchiale di Baricella)

A colpo d’occhio mi risulta difficile riconoscere il mio paese; la torretta merlata posta sullo sfondo, al centro, mi aiuta: si tratta della torre presente nel cortile di villa Boschi. La mura a destra, sotto agli abeti, è ancora oggi uguale: delimita il lato nord di via Ungarella, al confine col parco della villa. In alto a sinistra, nascosta dietro ai rami, ecco la ciminiera che già mi aveva incuriosito.

Ma tutto il resto? A parte l’insolito edificio, il “Molino a vapore”, cos’è quella folla incredibile? Non ho mai  visto nulla di simile, a Baricella!

Guardando bene i dettagli, noto la varietà dei copricapi, quasi tutti maschili: c’è anche un colbacco:cappelli

Al margine sinistro trovo un bel lampione a gas:lampione

La folla riempie ogni spazio, c’è chi si spinge a correre qualche rischio pur di stare in prima linea:torre persone sul tetto

Si tratta di un comizio. Ecco il palco, le bandiere, l’oratore in piena azione:tonello bandiere

Questa foto mi interessa sotto più punti di vista: del “mulino” so che più o meno si trovava nella zona compresa tra via Ungarella e l’attuale negozio “Despar”, ma credevo fosse situato più a ovest, verso il fondo dello stradello parallelo a via Ungarella. La foto mostra anche che esso affacciava su una piazza: non esisteva quindi nessun edificio tra il palazzo del Municipio ed il mulino. Mi chiedo quando siano stati costruiti gli edifici che oggi ospitano l’ufficio postale ed il bar.

Il lampione visibile a sinistra mi aiuta a situare il punto di ripresa: la parete su cui è affisso non è visibile, poichè la fotografia è stata scattata da un punto allineato col piano della parete. Mi par di capire che il lampione fosse collocato sul lato nord dello stabile di via Roma 199,  (il negozio Despar) e deduco quindi che la ripresa sia stata effettuata dalla finestra al primo piano dello stabile di via Roma 70, proprio sopra la porta di ingresso.
Ho fatto questi due montaggi, giusto per chiarire la mia ipotesi (grazie Google maps!):via roma 199via roma 70

Oltre all’aspetto topografico, c’è ben altro in questa fotografia: per esempio quella didascalia in bella calligrafia, di che parla? Ma la Democrazia Cristiana non l’aveva fondata don Sturzo nel 1942? …e la “nostra” foto è del 1903! Mi sconcerto da solo per la mia ignoranza, ma grazie a san Google trovo qualche chiarimento. Chi fosse interessato a conoscere il quadro politico degli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900 troverà un bel sunto qui.

A questo punto, resta un mistero: chi era quell’oratore barbuto, in grado di riempire fino allo straripamento la piazza del mulino?

tonello ghost

e qui la storia si fa interessante…

/segue/

Il documento imperfetto

Il prof. Dal Co sostiene che, a differenza dei filmati, le fotografie non rappresentano mai storie, ma documenti.
Per ricavare una storia da una o più fotografie, le parole di raccordo, che siano vere o false, dobbiamo metterle noi lettori, in una sorta di “unisci i puntini” piuttosto svincolato da regole.

Ma anche dal punto di vista documentale, la fotografia nuda non fornisce certezze granitiche, richiedendo al lettore una interpretazione basata sulle proprie conoscenze. E se il lettore non è almeno un po’ ferrato sul soggetto, o se ne ha un pregiudizio, anche vago, ecco che un’immagine fotografica può apparire come la prova (affermativa o negativa) di una qualsiasi corbelleria.

L’ammontare del valore documentale di una fotografia, dunque, dipende dalla cultura specifica del lettore, che però, se non è smaliziato, tenderà a trattare l’immagine fotografica come “prova” sempre e comunque, indipendentemente dalla labilità del proprio castello di riferimento, e trarrà conclusioni anche laddove non esistano i presupposti.

Pasolini scriveva: “Anche la persona piu in buona fede, vedendo una mia fotografia che mi mostra in via Veneto, tende a pensare che io sia sempre lì. Non gli balena neanche il pensiero che io sia passato di lì per caso, a comprare un giornale straniero (cosa che capita, qualche volta)”

Pier_Paolo_Pasolini_al_Caffè_Rosati_di_Piazza_del_Popolo_effettoarte.com_8-1[1]

Moravia e Pasolini al Caffè Rosati, Piazza del Popolo, Roma, anni ’50

Uno dei meccanismi più utilizzati dai fotografi ambulanti (vacanzieri, o “street photographers”) per decidere di scattare, porta con sé una conseguenza paradossale: il fotografo spesso riprende ciò che è strano, inusuale, raro. Eccezionale, nel senso etimologico.  Un lettore che non conosca l’argomento fotografato, si formerà un’idea generale basandosi su un’eccezione.

Se mostro questa mia foto, ripresa a Ferrara, a chi di Ferrara e dei ferraresi un’idea ce l’ha, la didascalia potrà essere ridotta all’osso, senza temere di indurre in errore il lettore.

Ma se mostrassi la stessa foto a un abitante dell’altra parte del mondo, corredata dal solo titolo “Ferrara, 2012”, avrà egli gli strumenti per riconoscere la situazione grottesca? Non potrebbe invece convincersi che i ferraresi vadano vestiti come Pinocchio?

Festeggiamenti di laurea - Ferrara, 10dic12 Foto: K

Festeggiamenti di laurea – Ferrara, 10dic12
Foto: K

Facciamo una prova: la seguente è una foto, trovata in rete, di cui non sappiamo nulla. Come dobbiamo considerare il personaggio rappresentato? Bizzarro? O “normale”, dalle sue parti? Senza riferimenti culturali, non è facile dare un giudizio.

dove, come, quando?

dove, come, quando?

Se ci dicessero che la signora abita in …Furlandia, non ci sentiremmo legittimati a pensare che la foggia dei suoi abiti sia quella che va per la maggiore da quelle parti?

Insomma: senza elementi culturali specifici, da utilizzare come riferimento, il valore documentale della fotografia è piuttosto indeterminato.

Guardate questa serie di immagini:

Haunted+Air+1[1]

asaro.jpg

diane-arbus-14[1]

costumi-spaventosi

Come interpretarle? Se già non le avessimo trovate classificate, raccolte e commentate, “situate”, saremmo in grado di trarne informazioni chiare, rigorose?
Io credo di no, proprio perchè credo che per ricavare informazioni da una immagine occorra una “cultura specifica“, ossia una serie di riferimenti sociali, geografici, temporali, con cui misurare ciò che vediamo rappresentato.

L’argomento generale rappresentato in queste fotografie (“gruppi di persone mascherate”) è particolarmente sfuggente, essendo la maschera, per definizione, concepita per nascondere, evocare, disguidare i nostri ragionamenti.

Cosa sappiamo delle maschere? personalmente poco, quasi niente. Osservando e cercando di interpretare queste immagini potrei annaspare dalle parti del carnevale (fenomeno di cui ho una conoscenza estremamente superficiale, sebbene vissuta in prima persona). Potrei forse aver orecchiato qualcosa della tradizione USA di Halloween, potrei anche aver scoperto che così USA poi non è, ma non avrei elementi per andare molto più a fondo.

Giocando a carte scoperte, so qualcosa di più: la seconda e la terza immagine sono state realizzate da due straordinari fotografi: Irving Penn e Diane Arbus.

Della foto di Irving Penn conosco il titolo: Three Asaro Mud Men, New Guinea, 1970″, e questo è un elemento importante, che mi permette di aprire percorsi di ricerca. Curiosamente, però, la foto stessa sembra invece voler ridurre la quota di informazione: i tre guerrieri sono disposti contro una parete anonima che li isola dal loro ambiente. Osservo la fotografia e non apprendo nulla sulla localizzazione spaziale. Sembrerebbe che il fotografo abbia voluto concentrare la mia attenzione sull’aspetto stilistico, sugli abiti, sulla moda in voga presso questa (a me) sconosciuta popolazione.  Ma posso dire che i tre vadano sempre così agghindati? posso dedurre che vivano in una capanna, o in un grattacielo? posso immaginare il loro reddito, la loro occupazione prevalente? Saranno “autentici” guerrieri, o ragionieri, medici, metalmeccanici, bardati da guerrieri “tradizionali” in occasione delle riprese fotografiche?

La fotografia di Diane Arbus, apparentemente più inquadrabile, non è però titolata, essendo nota come “Untitled No. 4, 1970-1971”. E’ noto, però, che faccia parte dell’ultimo lavoro a cui la fotografa si è dedicata, poche settimane prima del suicidio. Le riprese furono svolte all’interno di una non identificata clinica per malati di mente. Le persone riprese erano mascherate in occasione di Halloween? Può darsi. Si trattava invece di un gioco utile semplicemente a tenerle impegnate? Forse. Quello che ricavo dalla lettura di questa fotografia, quello che stimola la mia voglia di saperne di più, alla luce della vicenda personale della Arbus, non è tanto la storia delle persone ritratte: mi pare invece che questa immagine parli della povera Diane, impegnata in un lungo flirt con la depressione.

 

Rimangono la prima e la quarta immagine: provengono da una raccolta di  “fotografie vernacolari”, familiari, private, dalla fine dell’800 a metà ‘900, ritrovate e collezionate dal musicista inglese Ossian Brown. Si dice che rappresentino personaggi agghindati in occasione di Halloween. Sarà senz’altro così, ma possiamo esserne certi? Non conosciamo autori, titoli, date e località delle riprese di queste stampine, anonime e inquietanti. Esse sono, senza dubbi, documenti, ma documenti cifrati. E noi non conosciamo la chiave interpretativa. Possiamo arrischiare ipotesi, anche molto buone, ma dobbiamo sapere che ci resta la possibilità di aver male interpretato, o che qualcuno abbia mischiato i numeri della “pista cifrata”.

Un po’ come quando il Colonnello Stevens inviava “alcuni messaggi speciali”: felice non è felice, il pappagallo è rosso…

Consigli per gli acquisti:

Le mie impressioni sulle mostre di FOTO/INDUSTRIA 2015 – parte 1

Sta arrivando il 1° novembre, la data di chiusura di FOTO/INDUSTRIA, la grande rassegna di fotografia organizzata dal MAST. Le quattordici mostre che hanno popolato le prestigiose sedi bolognesi saranno smontate presto. Se non le avete viste, vi consiglio di affrettarvi.

A me hanno fatto queste impressioni:

Pierre Gonnord: Armando (Pozo Santiago) – 2009

Pierre Gonnord: Armando (Pozo Santiago) – 2009

Gonnord: ritratti di minatori delle Asturie, una categoria di lavoratori in estinzione in tutta Europa, eseguiti con tecniche di illuminazione e pose classiche da studio. Persone il cui volto racconta di vite dure e sofferte, fotografate su uno sfondo neutro che le decontestualizza, costringendo l’osservatore a soffermarsi sull’umanità struggente. Il modo di fotografarle mi ha ricordato quello di Irving Penn in Worlds in a small room. La videoproiezione che accompagna le foto è ancora più commovente, e la colonna sonora con campane a lutto sottolinea la fine di un’epoca.

Voto: mille.
(Grazie a Silvia per il video)(password video: GonnordBologna )

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Edward Burtynsky: Hamilton scrapyard. Densified Oil Drums No. 4, Hamilton, Ontario 1997

Edward Burtynsky: Hamilton scrapyard. Densified Oil Drums No. 4, Hamilton, Ontario 1997

Burtynsky: una ricerca sulle dimensioni delle modificazioni che infliggiamo all’ambiente naturale per continuare il processo di sviluppo economico. Immagini belle, accattivanti, grafiche, finchè le si osserva con distacco. Quando poi si guarda dentro la foto, quando si inizia ad intuire l’argomento di cui l’autore ci sta parlando, allora arriva il panico: che stiamo sfruttando le risorse del pianeta lo ripetiamo tutti, ma prendere atto di fino a che punto lo stiamo facendo, beh: è sconvolgente. Burtynsky dice di non voler lanciare accuse a questo sistema, dal momento che rifiutare la parte distruttiva del processo di produzione implicherebbe anche rinunciare alle nostre vite come le conosciamo. Ok, ma credo sia inevitabile porsi qualche domanda, di fronte alla scala delle devastazioni in atto. Purtroppo a Bologna non sono in mostra stampe, ma una videoproiezione di immagini statiche, sottotitolate. Mi è dispiaciuto non poter decidere quanto tempo dedicare ad ogni immagine, avrei voluto soffermarmi più a lungo. Il video che linko non è la sequenza delle immagini in mostra, ma l’introduzione al documentario proiettato al MAST alla presenza del fotografo.

Voto: ansia a mille.

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David Lachapelle: Landscape Riverside - 2013

David Lachapelle: Landscape Riverside – 2013

LaChapelle: per parlare di petrolio e civiltà dei consumi che bisogno c’è di entrare in una raffineria? Puoi costruirtene una con cannucce, bicchierini del caffè e scolapasta! Il risultato estetico sarà esilarante, e chi vuole riflettere sugli sprechi quotidiani troverà spunti in quantità.

Voto: risate garantite, riflessioni solo per chi s’impegna.

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Gianni Berengo Gardin All’interno di un deposito di tram – operai con la pubblicità del “Tonno Maruzzella” Milano, 1986

Gianni Berengo Gardin All’interno di un deposito di tram – operai con la pubblicità del “Tonno Maruzzella”
Milano, 1986

Berengo Gardin: la Fotografia, quella classica, seria, consapevole del proprio valore documentale, senza rinunciare a qualche guizzo di ironia. Se volete confrontare le immagini di GBG con altre esposte a FOTO/INDUSTRIA, non traete conclusioni affrettate: il lavoro del maestro non è fatto di stupore, di strillato, ma di testimonianza sobria, di partecipata umanità.

Voto: fuori scala!

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winston-8[1]

O. Winston Link: da “Norfolk and Western Railway”

O. Winston Link: devo ammettere che rivedere queste meravigliose stampe in bianconero non mi ha emozionato come la prima volta, nel 1990. La qualità del lavoro di Winston Link è indiscutibile, come anche la mole imponente dell’impegno tecnico, ma oggi rivedo queste fotografie con una piccola dose di disagio, a causa dell’evidente messa in scena: i personaggi posano, in attesa del passaggio della locomotiva. Non ci sarebbe nulla di male, se le foto non volessero “sembrare vere”. E vere sono senz’altro, dandoci un’immagine dell’America rurale anni ’50. Ma… la quota di “verità percepita” diminuisce un po’ a fronte della recita.

Voto: 6/7

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Slavin: divertente, leggero ma non troppo, spassoso, brioso, positivo. Neal Slavin ha infuso di allegria il genere fotografico (tutto U.S.A.) delle fotografie di gruppo. Persone accomunate da un elemento qualsiasi (spesso il lavoro, ma non sempre e non solo) che si riconoscono nel gruppo, e si fanno immortalare: negli U.S.A. si fa da sempre, spesso in modo serioso. Slavin sembra di vederlo sganasciarsi mentre dirige, con ottima regia, i suoi gruppi.

Voto: dammi un cinque!

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Luca Campigotto: Gotham City, 2012

Luca Campigotto: Gotham City, 2012

Campigotto: poco interessato all’aspetto documentale della fotografia, Luca Campigotto produce immagini slegate dal soggetto ripreso: le sue vedute non rappresentano le città o i complessi industriali fotografati, ma mirano invece a produrre scenografie teatrali. Al lettore immaginare personaggi e trame.

Segue parte 2

Sugar mountain

E’ partita la seconda biennale di fotografia industriale: al MAST ed in altre prestigiose sedi bolognesi, quattordici interessanti mostre richiameranno centinaia di appassionati.

Io comincerò il mio pellegrinaggio al più presto, non voglio perdermi questa occasione. Adoro le fotografie del mondo del lavoro, degli uomini, delle strutture, delle macchine. Per la grande parte della mia attività fotografica (occasionale, ma piuttosto agguerrita) ho fotografato storie legate al lavoro. Tra il 1985 e il 2012 devo aver fotografato senz’altro più capannoni che persone.

Mi viene in mente una serie di fotografie del 1992, che direi si possano catalogare nella categoria della fotografia industriale. Andarono in mostra nel 1993, in due piccoli eventi locali: la allora nuova galleria d’arte comunale di Baricella, e poi lo zuccherificio CoProB di Minerbio, che fu anche il soggetto delle mie esplorazioni fotografiche.

Scelsi di fotografare la grande macchina-zuccherificio in modo suggestivo, di notte, per enfatizzare l’aspetto artificiale, straniante, fragoroso di quell’ambiente che conoscevo bene, per averci lavorato per alcune stagionalità.

Riguardo ora le venti stampe, e devo ammettere che mi soddisfano ancora: ritrovo le impressioni che andavo cercando allora.

Le parole di presentazione, di Alessandro Riccioni, le trovo appropriate al mio intento.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Stazione spaziale su Vega III (ma: Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992) Foto: K.

Stazione spaziale su Vega III (ma: Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992)
Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Autoritratto - Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Autoritratto – Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992
Foto: K.

Tangenziale, rullo 1

Sugar mountain – deposito dello zucchero. Zuccherificio Co.Pro.B., Minerbio, 1992 Foto: K.

Catalogo del progetto

Catalogo del progetto “Explorer”, indagine sul territorio. 1993

La presentazione di Alessandro Riccioni

La presentazione di Alessandro Riccioni

Tangenziale, rullo 1

Recintare

Bello andare in giro a caso, con la massima libertà di fotografare “tutto ciò che si vuole”, da liberi artisti, vero?

Macchè.

Riguardando le mie fotografie casuali, ho passato più tempo a chiedermi che senso avessero piuttosto che a sentirmene soddisfatto. Quando ho prodotto fotografie soddisfacenti, intendo soddisfacenti per me, sensate, è stato quasi sempre all’interno di progetti.

Un progetto è un recinto formato da argomento, dimensioni, scadenze temporali, all’interno del quale muoversi e produrre. Può esistere un committente, o può nascere nella testa del fotografo.

Nel 1987 ho prodotto le mie prime fotografie su commissione: l’appena fondata Associazione Organi Antichi mi propose di partecipare alla realizzazione del catalogo dei concerti per organo dell’anno successivo. Occorrevano fotografie dei tanti strumenti di grande pregio collocati nelle chiese della provincia. Tutto ciò che sapevo degli organi era che avevano lunghe canne metalliche ed emettevano suoni incredibili. Ne avevo visti, in qualche chiesa, ma soltanto da sotto in su, e da una certa distanza.

Accettai e alla prima prova produssi immagini di particolari, foto che volevano essere accattivanti, piene di geometrie e contrasti, molto grafiche: piacquero, e cominciai a lavorare.

Alcune stampe 18x24 e cataloghi di diverse annate della rassegna

Alcune stampe 18×24 e cataloghi di diverse annate della rassegna “Organi antichi, un patrimonio da salvare”.

Imparai molte cose da quel lavoro, che andò avanti per quasi una decina d’anni, su diversi piani: tecnico, umano, organizzativo, e mi feci un’idea della meccanica di uno strumento affascinante. Il fatto di lavorare all’interno di un progetto ben definito si rivelò tutt’altro che un limite, piuttosto una strada per apprendere, senza distrazioni nebulose. Oggi conservo centinaia (letteralmente) di stampe 18×24, su carta baritata e virate al selenio, più una dozzina di 30×40 che andarono brevemente in mostra al Conservatorio G.B. Martini nel 1990.

Canne delle note basse. Organo in Santa Maria Lauretana, Boschi di Baricella. Foto: kiodo, 1989

Canne delle note basse. Organo in Santa Maria Lauretana, Boschi di Baricella.
Foto: kiodo, 1989

Fotografare è parlare di un argomento. Per il fotografo, più il tema è circoscritto e definito, più evidente sarà la strada da percorrere e quali siano le immagini da cercare e realizzare, in accordo con la propria curiosità e col proprio stile.

Sono estremamente riconoscente per la fiducia che mi concessero, a tre persone eccezionali, che stimo e penso con affetto: Andrea Macinanti, Marco Tamarri e Tiberio Artioli. Quel primo incarico mi insegnò a cercare un’applicazione sensata alla tecnica che stavo studiando.

Appunti e catalogo 1991. In alto a destra: un postit con la preziosa firma di Marco Tamarri ♥

Appunti e catalogo 1991.
In alto a destra: un postit con la preziosa firma di Marco Tamarri ♥

La foto in copertina: somiere dell’organo della chiesa di San Giovanni in Triario. Foto: K., 1989

Le regole. Le regole?

C’è un vizio di fondo nel percorso classico di chi inizia a fare fotografie: spesso il principiante non ha idea di cosa vuole fotografare. Lo posso dire, ho fatto così io: avevo ventidue anni, comprai una reflex e chiesi al fotografo di paese che me l’aveva venduta di consigliarmi “da dove cominciare”.

Che cazzata, vero?

Se comprate una biro, probabilmente sapete di cosa volete scrivere, più o meno. Ma chi compra un apparecchio fotografico impegnativo, quasi sempre lo fa per… diventare un Grande Fotografo, un Artista.

Pur non avendo niente da dire.

Si mette un po’ lì a studiare un briciolo di tecnica, scatta le prime foto “per prova”, poi finisce su qualche forum dove apprende, da fotoamatori con forse due anni di esperienza, o, peggio ancora, da soloni mai usciti dal mondo del fotoclub, le Regole di composizione. Queste quattro o cinque baggianate, rivelate come fossero vangelo, servono a slegare completamente l’argomento della foto dalla sua forma:

La

La “regola dei terzi” applicata ad un lampione

Foto

Foto “artistica” di un lampione

Puoi fotografare un gatto, due pali della luce, tre sofficini o quattro naufraghi siriani: se applichi le regole di composizione la tua foto risulterà Garantita Bella, e approvata dai Grandi Fotografi Certificati del Forum (beh, a parte… a parte la risoluzione. Ti diranno che con una macchina da 40Mp la foto sarebbe stata migliore della tua, che ne ha solo 24. A parte il microcontrasto, che se tu avessi usato l’obbiettivo da 2000€, anzichè il tuo da 200, sarebbe stato senz’altro migliore. A parte il bokeh, che se tu cambiassi marca di ottiche, allora sì! E così via).

Sui forum si spiegano le foto di HCB (sempre le stesse, le prime, le più leziose) esclusivamente in chiave grafica, parlando solo di regole di composizione. Così che chi inizia a fotografare si imprima nella testa il concetto che se userà le medesime regole, produrrà anche lui foto artistiche, del valore di quelle “del sommo HCB”.

La spirale di Fibonacci usata per

La spirale di Fibonacci usata per “spiegare” una foto di Henry Cartier Bresson

Ciò che sui forum si apprende, si diffonde e si tramanda, è che se cambi spesso attrezzatura, se la espandi, e se continui ad applicare le ferree Regole di Composizione, potrai senz’altro fregiarti del titolo, ambitissimo, di Photographer, implicando anche la condizione di Artista.

E allora… via! vai di composizione! Pali, spigoli, vecchiette, mandarini…. poi gatti, orizzonti dritti, cieli nuvolosi… tutto quello che ti trovi davanti permette, se passato attraverso alle famose regolette, di ottenere BELLE FOTO ARTISTICHE CERTIFICATE.

Beh, posso dire la mia? Quella roba lì non vale niente, se non avete un argomento di cui parlare.

A meno che vi accontentiate di parlare …di regole di composizione.

Quindi, è così? fotografate per mostrare che sapete fotografare? E a chi vi rivolgete, a chi dovrebbe interessare la vostra bravura? Agli amici del forum? agli utenti di Flickr?
Davvero volete misurare il valore delle vostre foto con i “like” lasciati da gente che produce roba così?

Beh, contenti voi…

Io suggerisco di trovare un argomento interessante, cioè: che interessi a voi. Di approfondirlo, e di parlarne quando ve ne sarete fatti un’idea. Parlarne con fotografie, intendo. Foto fatte per raccontare, spiegare ciò che avete scoperto sul vostro tema, senza preoccuparvi delle regole di composizione, o degli stili fotografici (magari ottenuti coi preset di Adobe Lightroom).

Guardate, per esempio, cos’ha prodotto Anton Kusters, a cui interessava la Yakuza, la mafia giapponese:

Anton ha vissuto due anni con i membri dell’onorata società giapponese, tra affari torbidi e lingua sconosciuta, e ha avuto la possibilità di fotografare i rapporti sociali vigenti nella famiglia. Aveva ottenuto il permesso dal padrino, naturalmente, ma l’ambiente non era privo di rischi, e le regole le imparava strada facendo. Per esempio: ad Anton hanno subito fatto sapere che chi sbaglia, chi esce dal consentito, deve autopunirsi, mozzarsi una falange e consegnarla al capo.

Però Kusters voleva vedere, capire, raccontare.

Mica comporre secondo la “regola dei terzi”, quella è roba da forum.

(Pensandoci: quella cosa di tagliarsi una falange ogni volta che fai una sciocchezza… non è del tutto male…)

(Foto di copertina: Le mani di un membro della Yakuza – foto: Anton Kusters, 2009)

Il paesino

L’amico Davide Caravita possiede una collezione di cartoline di Baricella, paesino in provincia di Bologna dove vivo.
Una di queste è del 1906, la più vecchia immagine del paese che io conosca.

Baricella, veduta del paese ripresa dal campanile della chiesa. Cartolina del 1906. Collezione Davide Caravita

E’ stata senza dubbio ripresa dal campanile, inquadrando quasi perfettamente verso nord. L’inquadratura non è molto ampia, mostra soltanto gli edifici che si trovavano lungo la porzione nord-est della via centrale (via Savena vecchia, oggi via Roma), e quelli adiacenti. A giudicare dalle ombre, è stata ripresa a metà mattina, in una giornata di sole velato, con l’orizzonte che sfuma nella foschia. Ingrandendola, il retino tipografico la rende mal definita, ma mi sembra di riconoscere dei fasci di saggina nei cortili, un biroccio, qualche pianta di vite, orti.

Una fotografia di paesaggio urbano con più di cent’anni sulle spalle, contiene molte informazioni preziose, anche al di là delle intenzioni del fotografo, probabilmente mosso da intenti commerciali. Eppure proprio in questa assenza di “interpretazione artistica”, in questa documentarietà distaccata, sta l’interesse dell’immagine che vediamo.

Osservo la cartolina e trovo alcuni elementi che ben riconosco: il palazzo del municipio, la torretta della Villa Boschi, la “mura” che separava l’abitato dai campi, verso est. Inevitabilmente mi chiedo cosa è rimasto, cosa è cambiato da allora. Un elemento che mi colpisce è la ciminiera che nell’antica immagine spunta tra le case dell’attuale via Ungarella, e di cui non so nulla. Forse una fornace? Chi ne ha notizie?

Decido di tentare di rifare la foto. Il punto di ripresa non si è spostato di certo. Don Giancarlo è gentilissimo e molto collaborativo: mi apre la porticina del campanile, dove ricordo di essere già salito da bambino, e mi lascia le chiavi. La struttura delle scale non è molto rassicurante, così ad occhio, ma se ha resistito al terremoto del 2012 reggerà anche me. Mentre salgo, considero il parapetto alla mia sinistra, che mi separa dal vuoto: è molto basso, troppo per farmi sentire tranquillo. Ricordo la ricerca di Paolo Antolini sui baricellesi chiamati alle armi per la prima guerra mondiale: l’altezza media dei maschi era di 161cm. Io guardo il parapetto da 23cm più su… ma tanto non soffro di vertigini, giusto? Ritrovo le scritte sulle pareti che ricordavo (dopo circa quarantacinque anni dalla mia prima visita): firme, date che risalgono ai primissimi anni del ‘900. Cognomi noti, forse campanari del paese?

Firme su una porta interna del campanile di Baricella 3 settembre 2015 - foto: Kiodo

Firme su una porta interna del campanile di Baricella
3 settembre 2015 – foto: Kiodo

Sollevo l’ultima porta, stesa in orizzontale quattro gradini sopra di me, e attraversando un tessuto di ragnatele mi trovo sul pavimento del piano delle campane. Mentre qualche piccione decolla sbatacchiando le ali, apro i serramenti rivolti a nord ovest: alla mia sinistra il coperto della chiesa nasconde la piazza. Guardando verso nord, là dove quel fotografo aveva puntato il suo obbiettivo centonove anni fa, la chioma di una bella quercia nasconde quasi completamente la visuale. Non credevo che le querce crescessero tanto in fretta: nella cartolina non ce n’è traccia!

Ho portato una macchina digitale, con due lenti: un normale ed un moderato grandangolo. Monto il grandangolo, il normale avrebbe inquadrato solo la chioma della quercia.

Baricella 2015, dal campanile guardando verso nord

Baricella, dal campanile guardando verso nord. 3 settembre 2015 Foto: Kiodo

La direzione della luce è circa la stessa della foto originale, ma a parte ciò, non sono molti gli elementi riscontrabili oggi. Eppure l’impianto del paese si riconosce, e qualche edificio è rimasto al suo posto:

Baricella a confronto, 1906-2015

Baricella a confronto, 1906-2015

Il municipio è quasi immutato, a parte un’ampiamento verso est, ed anche la mura in primo piano è ancora al suo posto, parzialmente inglobata in nuove costruzioni.

Il campo inquadrato nella foto del 1906, su una carta dell’IGM aggiornata agli anni ’40:

Inquadratura della cartolina datata 1906, su mappa IGM aggiornata al 1940 circa

Inquadratura della cartolina datata 1906, su mappa IGM aggiornata al 1940 circa

La stessa inquadratura su una CTR degli anni ’90:

Inquadratura dal campanile verso nord, come su cartolina 1906. CTR 1:5000, 1990 circa

Inquadratura dal campanile verso nord, come su cartolina 1906. CTR 1:5000, 1990 circa

Mi resta la curiosità di sapere a che serviva quella ciminiera: chi mi aiuta?