Il documento imperfetto

Il prof. Dal Co sostiene che, a differenza dei filmati, le fotografie non rappresentano mai storie, ma documenti.
Per ricavare una storia da una o più fotografie, le parole di raccordo, che siano vere o false, dobbiamo metterle noi lettori, in una sorta di “unisci i puntini” piuttosto svincolato da regole.

Ma anche dal punto di vista documentale, la fotografia nuda non fornisce certezze granitiche, richiedendo al lettore una interpretazione basata sulle proprie conoscenze. E se il lettore non è almeno un po’ ferrato sul soggetto, o se ne ha un pregiudizio, anche vago, ecco che un’immagine fotografica può apparire come la prova (affermativa o negativa) di una qualsiasi corbelleria.

L’ammontare del valore documentale di una fotografia, dunque, dipende dalla cultura specifica del lettore, che però, se non è smaliziato, tenderà a trattare l’immagine fotografica come “prova” sempre e comunque, indipendentemente dalla labilità del proprio castello di riferimento, e trarrà conclusioni anche laddove non esistano i presupposti.

Pasolini scriveva: “Anche la persona piu in buona fede, vedendo una mia fotografia che mi mostra in via Veneto, tende a pensare che io sia sempre lì. Non gli balena neanche il pensiero che io sia passato di lì per caso, a comprare un giornale straniero (cosa che capita, qualche volta)”

Pier_Paolo_Pasolini_al_Caffè_Rosati_di_Piazza_del_Popolo_effettoarte.com_8-1[1]

Moravia e Pasolini al Caffè Rosati, Piazza del Popolo, Roma, anni ’50

Uno dei meccanismi più utilizzati dai fotografi ambulanti (vacanzieri, o “street photographers”) per decidere di scattare, porta con sé una conseguenza paradossale: il fotografo spesso riprende ciò che è strano, inusuale, raro. Eccezionale, nel senso etimologico.  Un lettore che non conosca l’argomento fotografato, si formerà un’idea generale basandosi su un’eccezione.

Se mostro questa mia foto, ripresa a Ferrara, a chi di Ferrara e dei ferraresi un’idea ce l’ha, la didascalia potrà essere ridotta all’osso, senza temere di indurre in errore il lettore.

Ma se mostrassi la stessa foto a un abitante dell’altra parte del mondo, corredata dal solo titolo “Ferrara, 2012”, avrà egli gli strumenti per riconoscere la situazione grottesca? Non potrebbe invece convincersi che i ferraresi vadano vestiti come Pinocchio?

Festeggiamenti di laurea - Ferrara, 10dic12 Foto: K

Festeggiamenti di laurea – Ferrara, 10dic12
Foto: K

Facciamo una prova: la seguente è una foto, trovata in rete, di cui non sappiamo nulla. Come dobbiamo considerare il personaggio rappresentato? Bizzarro? O “normale”, dalle sue parti? Senza riferimenti culturali, non è facile dare un giudizio.

dove, come, quando?

dove, come, quando?

Se ci dicessero che la signora abita in …Furlandia, non ci sentiremmo legittimati a pensare che la foggia dei suoi abiti sia quella che va per la maggiore da quelle parti?

Insomma: senza elementi culturali specifici, da utilizzare come riferimento, il valore documentale della fotografia è piuttosto indeterminato.

Guardate questa serie di immagini:

Haunted+Air+1[1]

asaro.jpg

diane-arbus-14[1]

costumi-spaventosi

Come interpretarle? Se già non le avessimo trovate classificate, raccolte e commentate, “situate”, saremmo in grado di trarne informazioni chiare, rigorose?
Io credo di no, proprio perchè credo che per ricavare informazioni da una immagine occorra una “cultura specifica“, ossia una serie di riferimenti sociali, geografici, temporali, con cui misurare ciò che vediamo rappresentato.

L’argomento generale rappresentato in queste fotografie (“gruppi di persone mascherate”) è particolarmente sfuggente, essendo la maschera, per definizione, concepita per nascondere, evocare, disguidare i nostri ragionamenti.

Cosa sappiamo delle maschere? personalmente poco, quasi niente. Osservando e cercando di interpretare queste immagini potrei annaspare dalle parti del carnevale (fenomeno di cui ho una conoscenza estremamente superficiale, sebbene vissuta in prima persona). Potrei forse aver orecchiato qualcosa della tradizione USA di Halloween, potrei anche aver scoperto che così USA poi non è, ma non avrei elementi per andare molto più a fondo.

Giocando a carte scoperte, so qualcosa di più: la seconda e la terza immagine sono state realizzate da due straordinari fotografi: Irving Penn e Diane Arbus.

Della foto di Irving Penn conosco il titolo: Three Asaro Mud Men, New Guinea, 1970″, e questo è un elemento importante, che mi permette di aprire percorsi di ricerca. Curiosamente, però, la foto stessa sembra invece voler ridurre la quota di informazione: i tre guerrieri sono disposti contro una parete anonima che li isola dal loro ambiente. Osservo la fotografia e non apprendo nulla sulla localizzazione spaziale. Sembrerebbe che il fotografo abbia voluto concentrare la mia attenzione sull’aspetto stilistico, sugli abiti, sulla moda in voga presso questa (a me) sconosciuta popolazione.  Ma posso dire che i tre vadano sempre così agghindati? posso dedurre che vivano in una capanna, o in un grattacielo? posso immaginare il loro reddito, la loro occupazione prevalente? Saranno “autentici” guerrieri, o ragionieri, medici, metalmeccanici, bardati da guerrieri “tradizionali” in occasione delle riprese fotografiche?

La fotografia di Diane Arbus, apparentemente più inquadrabile, non è però titolata, essendo nota come “Untitled No. 4, 1970-1971”. E’ noto, però, che faccia parte dell’ultimo lavoro a cui la fotografa si è dedicata, poche settimane prima del suicidio. Le riprese furono svolte all’interno di una non identificata clinica per malati di mente. Le persone riprese erano mascherate in occasione di Halloween? Può darsi. Si trattava invece di un gioco utile semplicemente a tenerle impegnate? Forse. Quello che ricavo dalla lettura di questa fotografia, quello che stimola la mia voglia di saperne di più, alla luce della vicenda personale della Arbus, non è tanto la storia delle persone ritratte: mi pare invece che questa immagine parli della povera Diane, impegnata in un lungo flirt con la depressione.

 

Rimangono la prima e la quarta immagine: provengono da una raccolta di  “fotografie vernacolari”, familiari, private, dalla fine dell’800 a metà ‘900, ritrovate e collezionate dal musicista inglese Ossian Brown. Si dice che rappresentino personaggi agghindati in occasione di Halloween. Sarà senz’altro così, ma possiamo esserne certi? Non conosciamo autori, titoli, date e località delle riprese di queste stampine, anonime e inquietanti. Esse sono, senza dubbi, documenti, ma documenti cifrati. E noi non conosciamo la chiave interpretativa. Possiamo arrischiare ipotesi, anche molto buone, ma dobbiamo sapere che ci resta la possibilità di aver male interpretato, o che qualcuno abbia mischiato i numeri della “pista cifrata”.

Un po’ come quando il Colonnello Stevens inviava “alcuni messaggi speciali”: felice non è felice, il pappagallo è rosso…

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